di Alessandro DISTANTE
“Alcune aree non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. E’ quanto si legge in uno dei passaggi del Nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne pubblicato dal Governo nei giorni scorsi.
Un passaggio, quello sopra riportato, che, secondo alcuni, è frutto di sano realismo; secondo altri, invece, è un passaggio che tradisce la rinuncia ad un progetto di rilancio dei Comuni più piccoli e più in crisi.
Stiamo parlano di un territorio, sparso per l’Italia, che copre circa il 60% della Nazione e che riguarda 13 milioni di abitanti. Tricase è inserita nell’Area Interna Sud Salento, nella quale è rientrata in un secondo momento, insieme ad altri 17 Comuni. In quest’ampia Area la popolazione è in calo: dal 2011 al 2017 il decremento è stato di 1.311 abitanti, ma il dato più preoccupante è l’età media, se si considera che su 100 giovani ci sono 184 anziani.
Le strategie poste in essere nell’Area Sud Salento hanno riguardato essenzialmente il sistema del trasporto pubblico, il settore turistico e l’emergenza paesaggio-xylella, tutti interventi da inquadrare nella scelta di fondo di puntare sullo sviluppo turistico, scelta discutibile ma chiara.
Si sono svolti incontri, organizzati tavoli tecnici, concluso accordi e istituiti organismi. E’ maturato, soprattutto, un metodo di lavoro che vede lo sviluppo dell’intera Area passare attraverso una strategia di interventi coordinati e condivisi tra le varie realtà comunali; è vero: i risultati di questo metodo e di questa strategia non si sono ancora visti, se è vero che i problemi di fondo di questo Sud Salento sono ancora drammaticamente attuali.
Ma a questo punto: arrendersi oppure continuare sulla strada intrapresa?
Se passasse la prima opzione, sarebbe un duro colpo per un metodo di azione che vede nella cooperazione tra “campanili” la strada per la crescita. Il distinguere tra aree interne da “accompagnare alla morte” ed altre sulle quali investire, risponderebbe, forse, ad una sana dose di realismo, ma, “consacrerebbe” una distinzione profondamente ingiusta, in contrasto con l’obiettivo della Repubblica di rimuovere le cause che determinano diseguaglianze.
Sempre in questi giorni, ma in un’Area tutt’altro che interna, è scoppiato il “caso Milano”; al di là della vicenda giudiziaria, ancora alle prime battute, quel che viene messo in discussione è il modello Milano. La Città con la sua capacità di attrarre grossi investimenti ha trovato nel settore dell’edilizia un canale di crescita economica; ma crescita per chi? Quell’area, certamente non interna e non depressa, rischia di innestare un meccanismo di crescita perverso, segnato dal rialzo dei prezzi, fino a qualificare la Città come territorio riservato a pochi, una sorta di Area Interna per ricchi.
La contraddizione è ancora più evidente: se i giovani nelle Aree interne da abbandonare devono andare via, non possono che puntare alle Aree più attrattive dal punto di vista lavorativo, ad esempio Milano; ma se lì l’accesso a condizioni di vita dignitose è riservato, stanti i prezzi, a pochi fortunati, quei giovani dove dovranno andare? All’estero? Corsi e ricorsi storici della nostra terra?


