di Alfredo SANAPO
 
Ero in via Tempio un pomeriggio d’estate. Immerso nella quiete della calura, camminavo piano, quasi temendo di disturbare il respiro antico delle pietre. Il selciato, arso dal sole, vibrava sotto i miei passi leggeri ed ogni passo risvegliava un’eco lontana.
Mio nonno mi diceva che da lì passavano i blocchi di pietra per costruire la Chiesa Madre. Così, mentre proseguivo, immaginavo le bestie da soma avanzare lente, il loro passo cadenzato e la grande trave che cigolava sotto il peso del lavoro. In quell’aria sospesa mi pareva di avvertirli davvero: gli zoccoli, le corde tese, le voci affannate degli uomini che spingevano la loro fede verso l’alto.
Arrivato all’arco, mi sono voltato: alle mie spalle "u Trave" si apriva come un piccolo mondo pulsante, un respiro unico, caldo e vivo.
Ed in quel momento capivo che, senza saperlo, avevo varcato lo stesso passaggio che per secoli aveva condotto la gente dal rumore del lavoro al silenzio della preghiera. Un confine invisibile dove il quotidiano diventava storia.
Cosimo Sodero
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Grazie Cosimo,
il suo intervento mi ha stimolato una ricerca sul luogo da lei richiamato, lo storico quartiere "Trave".
In senso topografico, il luogo indica un settore cittadino che parte da Piazza del Popolo e si estende nelle immediate vicinanze a partire dalle sue 5 diramazioni. Da est afferiscono via Tempio che lo collega con piazza Don Tonino Bello e via S. Demetrio che lo congiunge a Piazza Pisanelli che, dunque, funge da confine orientale del Trave ("susu u Trave"). A sud, via Mons. Ingletti lo unisce a via della Carità che rappresenta il confine con la zona "Puzzu". A ovest, vi è via Caputo di cui solo il tratto iniziale appartiene al Trave. Il confine nord ("sutta u Trave", perché si trova in leggera pendenza) è circoscritto da via delle Concevia Trunco e via Campane.
Stabilito il luogo, è sorprendente come per esso la vox populi si sia sbizzarrita a dare le proprie interpretazioni sulle origini del nome in base ai racconti degli avi, integrati con la propria esperienza di vita o i propri ragionamenti.
Secondo alcuni, quello era il posto in cui si pagava una specie di pedaggio, una tassa di accesso a Porta Terra o a Porta Napoli (di cui si è persa traccia): qui doveva esserci una sbarra ("trave") che alzandosi o abbassandosi segnava una sorta di confine doganiero in cui venivano riscossi i dazi e controllate merci e persone in entrata ed uscita. Ciò è plausibile dacché la presenza di una dogana a Tricase è testimoniata da documenti storici ed alcuni resti architettonici. La dogana di Tricase, ubicata all'interno del Palazzo Ducale, risale al XVI secolo, quando il paese era un importante centro commerciale e marittimo. La posizione strategica del Porto di Tricase, vicino a quello di Otranto, rendeva la città Tricase un luogo di transito importante per le merci scambiate tra Oriente e Occidente. 
Qualcun altro, inoltre, asserisce che dal Trave iniziava il trasporto ascensionale dei blocchi di pietra per la costruzione della Chiesa Madre. Evidentemente, qui doveva esserci una grossa "trave", usata per caricare le bestie da soma, che avrebbe dato il nome al luogo. Queste tesi avvalorano la possibilità che un tempo ci fosse una porta che chiudeva l'accesso a via Tempio con una trave sopra: poi la porta è sparita e la trave è rimasta nel nome.
Una linea di pensiero, invece, è legata all'intensa attività lavorativa che ivi si sviluppava. La zona, in effetti, era sede di numerose botteghe artigiane (barbieri, macellai, conciatori di pelle, calzolai, falegnami, putėche, ultimamente un negozio di pesca ed un benzinaio). Perciò, il termine "trave" trarrebbe origine dal dialetto "travaju" che, a sua volta, deriva dal francese "travaille", lavoro. Una variante molto simile a questa ipotesi mette in evidenza come il sito fosse stato luogo di incontro fra domanda e offerta di lavoro.
Infine, un'altra teoria - forse la più accreditata per la presenza di testimoni oculari ancora in vita - attribuisce valore all'idea che, quando pioveva a dirotto, fino a qualche decennio fa, qui veniva posta una trave a mo' di passerella (come a Venezia quando c'è l'acqua alta) per facilitare il passaggio da via Mons. Ingletti a via Tempio. Ciò consentiva l'incedere a piedi tra le pozzanghere d'acqua perché si camminava rialzati rispetto al piano di calpestìo della strada.
Tante le ipotesi, tutte suggestive ed affascinanti, ma una cosa è certa: il Trave è un palinsesto di storie, un luogo dove il tempo si stratifica come le pagine di un antico manoscritto. Ogni pietra è un foglio ingiallito, ogni angolo un capitolo scritto con l'inchiostro della memoria. Le sue strade sono vene che pulsano ancora del respiro dei secoli, raccontando al passante le storie di un passato che si rifiuta di essere dimenticato.

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