Giovedì mattina, 5 febbraio. Ieri, battendo, la pioggia ha fatto il suo corso. Forte e fitta, dritta e obliqua. D’inverno piove, non è strano. Col sole e il vento in faccia, inforco la bici per scendere in città a fare le cose da fare. Uffici, adempimenti, impegni. Vado in bici, come sempre (o quasi) faccio, ed ecco che, fortunato, svoltata la rotatoria mi si apre davanti agli occhi (come da foto, ndr): un’ampia, soleggiata, silenziosa pista ciclabile. Mi dico, gli altri ciclisti arriveranno. Così continuo, col tintinnio oleoso della catena e del cambio nelle orecchie. Mentre odo quello speciale rumore di poco che scivola su poco, guardo a destra e a sinistra: alberi, orticelli, ferrovia, immancabili cumuli di schifo (la spazzatura, sui cigli delle nostre strade non manca mai). Percorro la pista ciclabile Tiggiano-Tricase o, se preferite (in ragione di importanza e di grandezza) Tricase-Tiggiano. Non fosse che non è pista ciclabile. È strada: per automobili autocarri motocicli. Strada per mezzi a motore, secondo codice e legge. Strada vuota: non per il presepe, il mercato o un corteo. Vuota per pioggia. «

Colleghiamo i fatti sconnessi. È piovuto il giorno prima e la pioggia ha reso l’asfalto simile a una luna (ha aperto buche, voragini, “cravotti”). Dunque, le buche sono tanto profonde da rappresentare pericolo per i viandanti; pardon, per automobilisti e motociclisti. La strada è vuota perché momentaneamente chiusa al traffico. E i ciclisti? Chi se ne importa dei ciclisti: del ciclista, nel mio caso. Sono io che ho infranto la legge: ho imboccato la via nonostante il divieto di imboccare la via. I vigili urbani in servizio, a scorta di un operaio con ape e sacchi di “sfarinato di asfalto” al seguito, non mi hanno detto nulla. Forse perché presi dai loro compiti. Forse perché m’hanno visto felice -che ingenuo- sulla mia bici. Sorridente perché per una volta sui pedali ma senza rischi: a patto di evitare le buche. «

Notevole è che l’operaio che mi sono lasciato dietro riempisse le buche così, senza troppo fare. Sotto l’asfalto? Solo terra, come ben documentato (tempo fa) dal nostro Federico Longo. Terra e sopra asfalto. Fino alla prossima pioggia: buche per un’ora o dieci e altre pezze. E magari anche una nuova pista ciclabile pop-up, estemporanea, aperta improvvisamente e repentinamente chiusa: come caffè, bar e negozi londinesi. Noi siamo in Europa ma di più. Noi abbiamo le piste ciclabili evento pop-up. Ammazza. «

Le piste ciclabili pop-up sono una prerogativa sud-salentina. Poi ci sono le piste ciclabili concettuali. A Tiggiano, per esempio, ve n’è una che sarà lunga 300 metri o forse meno. Porta da un punto vago ad un punto più certo: il campo sportivo. Ammazza che pista. Più giù, verso Leuca, ve ne sono di pittoriche, tanto pittoresche che se poi vieni tranciato da un automobilista in crisi ormonale puoi dire che eri stato distratto dalla sagoma (dipinta) della pista ciclabile. Sì, sono piste fatte col pennello. Disegnate. Come a dire: “ora facciamo finta che c’avevamo la pista ciclabile”. Che innovazione. «

Però è nostra responsabilità. Me la prendo prima coi cittadini e poi coi politici. Ai politici quando chiedi una pista ciclabile ti guardano come se gli avessi chiesto 50.000 euro in prestito; e cominciano con l’elenco: “da fuori sembra tutto facile, poi ci sono le difficoltà burocratiche, il patto di stabilità, la Provincia, gli espropri, il ruolo dell’opposizione, i progetti, gli oneri, il catasto, il demanio, il demonio... Tu fai tutto facile, tu non hai la responsabilità di amministrare”. Sì, bene: tutto già ascoltato. Ma noi? Noi cittadini che facciamo? Se è vero che la funzione sviluppa l’organo, allora mettiamo in funzione i nostri pedali obbligandoli a fare piste ciclabili. Non abbiamo piste? Facciamone sentire la mancanza. Noi, tutti i giorni, semplicemente. Come? Diventiamo migliaia. Non facciamo pedalare solo qualche anziano, ragazzini cogli zaini, signore distinte con l’aria assorta, ecologisti rompiscatole come me. Non facciamo pedalare solo anziani cresciuti a pane e poco. Pedaliamo in decine, in centinaia, in migliaia. Facciamolo capire noi, agli amministratori, che qui ci vogliono le piste ciclabili: vere, belle, sicure, fiorite, che ci portino ovunque. Ovunque noi andremo, però. Perché noi ci vogliamo andare davvero, in bicicletta, vero? O è solo moda pop-up? «