di Ercole MORCIANO

Il 31 gennaio 1926, esattamente 100 anni fa, veniva inaugurata a Tricase la centrale elettrica voluta dal concittadino Giuseppe Cortese, “don Peppino”, come veniva confidenzialmente e rispettosamente chiamato dai Tricasini del suo tempo. Un Uomo straordinario, un imprenditore eclettico che partiva dai bisogni dei suoi compaesani e li trasformava in servizi da prestare a loro favore. L’anno in corso è anche l’80° della sua morte, che lo colse a poco più di 70 anni, quando iniziava un altro percorso, quello amministrativo, per cui era stato eletto consigliere comunale. È giusto pertanto in questo anno ricordare, insieme allo storico centenario della centrale elettrica, anche la figura di Giuseppe Cortese attraverso eventi da programmare di concerto con i parenti e il locale Museo di Storia Patria di Donato Antonaci Dell’Abate, che darà certamente la sua disponibilità.

LA CRONACA DELL’EVENTO

Giuseppe Cortese con la moglie Italia Zanchi e i figli Alessandro a sn e Antonio a dx. In primo piano, da sn. la figlia Giulia, la nipote Lidia Zanchi e la figlia Rina.

La cronaca della memorabile giornata del 31 gennaio 1926 è raccontata su “Il Tallone d’Italia”, periodico per tutto il Capo di Leuca, edito a Tricase in quegli anni dalla Tipografia Raeli. L’inaugurazione della centrale, posta nella via allora XX Settembre ora F. Bottazzi, nei locali oggi di proprietà Pitton-Cavalieri, fatti costruire appositamente da Giuseppe Cortese, fu un evento straordinario vissuto con entusiasmo da tutta Tricase. Finiva un’epoca “buia” con candele, lumi, lucerne, olio lampante, lanterne, lampade a carburo-acetilene e ci si liberava dalla loro luce fioca e dai loro cattivi odori. Iniziava un’altra epoca. La luce elettrica era anche il simbolo del progresso verso il quale tutti guardavano con speranza e ottimismo.

Quel giorno fu una festa di popolo che le autorità fasciste del tempo utilizzarono per consolidare a Tricase il consenso, dopo un biennio difficile segnato dal contrasto con la locale sezione dei Combattenti e Reduci, culminato con l’assassinio del presidente Roberto Caputo che si opponeva strenuamente alla fascistizzazione. Presidente del Comitato organizzatore dei festeggiamenti era pertanto il fiduciario locale del fascio.

La giornata iniziò a mezzogiorno con il “pranzo ai poveri” offerto dal Comitato nei locali della centrale. Alle sedici, nei pressi della Scuola Elementare, si formò il corteo con in testa le autorità, seguite dalle bande musicali di Tricase e Specchia e infine dai cittadini. Parteciparono il prefetto, tutti i deputati della provincia, tutti i sindaci del circondario di Gallipoli, “le autorità più cospicue dei dintorni e tutto il popolo”.  Il corteo si fermò in piazza del Popolo dove “si acclamò all’ardito industriale” mentre le autorità si recarono nella vicina dimora di Giuseppe Cortese, in via mons. Ingletti, per “rendergli un cordiale contributo di simpatia e di plauso”. Il corteo, con Giuseppe Cortese e i suoi famigliari, ripartì “tra l’entusiasmo della folla” e, mentre le bande suonavano marce e inni patriottici, percorse le vie (allora) G. Pisanelli, Municipio, Stella d’Italia, XX Settembre. Giunto il corteo nei pressi della centrale, ebbe inizio la solenne cerimonia dell’inaugurazione.

Intervenne per primo il sindaco, dottor Spiridione Barbara, farmacista, per esprimere la riconoscenza del paese verso l’imprenditore illuminato che col suo coraggio e la sua intraprendenza aveva dotato la cittadina di un moderno servizio, segno di progresso e di benessere: “Rilevo che la  festa di Tricase non è solo una festa locale, ma è una festa nazionale perché segna un altro passo  nel progresso civile. Esprimo la riconoscenza del paese verso il signor Giuseppe Cortese, che con la sua volontà veramente di ferro, superando i più difficili e impreveduti ostacoli, da solo, ha sostenuto la grande impresa che onora il paese”.

Dopo il sindaco prese la parola Giuseppe Cortese, l’amato don Peppino, il quale ritenne che “l’illuminazione elettrica non doveva rappresentare che il primo passo del risveglio di Tricase”.

I continui applausi spontanei di tutti gli astanti durante il discorso, unitamente alle acclamazioni verso l’imprenditore, resero quel momento un vissuto comune di tutti i cittadini che finalmente vedevano avverarsi quanto da loro a lungo sognato. Una bella realtà che li riempiva anche di sano orgoglio perché Tricase era il primo paese della zona ad avere l’energia elettrica per l’illuminazione delle case, delle strade e per la forza motrice.

All’atto della benedizione, l’arciprete don Tommaso Stefanachi, oratore di grande efficacia e capace di suscitare negli ascoltatori forti emozioni “improvvisò un magnifico e vibrante discorso” per condividere con i Tricasini i sentimenti di gioiosa speranza nel futuro della cittadina.

Infine Maria Cortese, una delle figlie dell’industriale tricasino, ruppe la tradizionale bottiglia di champagne, mentre partirono i motori con gli alternatori e le strade, unitamente alle case, si illuminarono.

GIUSEPPE CORTESE UN TRICASINO ECCELLENTE

Nacque a Tricase il 6 aprile 1875 nel palazzo di famiglia dei baroni Colosso. Sposò Italia Zanchi dalla quale ebbe sette tra figlie e figli: Maria Giuseppina, Antonia, Antonio (Antonuccio), Alessandro (Nino), Maria Carmela, Giulia, Pergentina Pietra (Rina).

Di famiglia agiata e possidente, imprenditore eclettico e coraggioso fa spaziare le sue attività dalle aziende per la trasformazione del tabacco (Lucugnano, Supersano e Ostuni) ai servizi di corriere postale (Tricase Maglie), di collegamento tra la stazione ferroviaria di Tricase con le marine e con le frazioni con trasporto effettuato prima con omnibus a cavallo e poi con autocorriere.

L’impresa che resta nella storia di Tricase è l’impianto della centrale elettrica, inaugurato nel gennaio 1926, per fornire, attraverso una efficiente rete di distribuzione, energia per illuminare le strade pubbliche e le case private, e per dare forza motrice alle macchine industriali. Nel campo agricolo Giuseppe Cortese aprì a Tricase un’azienda vinicola-olearia e dotò Tricase del primo frantoio elettrico della zona.

Per i dolorosi fatti del maggio 1935, causati dal minacciato trasferimento della direzione del Consorzio (ACAIT), Giuseppe Cortese subì ingiustamente 8 mesi di carcere, ma venne prosciolto da ogni accusa. Nel contempo si fece carico delle spese legali per la difesa di alcuni Tricasini meno abbienti e carcerati per gli stessi tragici accadimenti.

Nel 1937, per aver protestato contro la politica del regime fascista che favoriva l’assorbimento delle piccole aziende di produzione elettrica da parte di grandi società – per tale ragione egli scrisse a Mussolini – Giuseppe Cortese fu confinato a Girifalco, in Calabria, provincia di Catanzaro, dove rimase due anni benvoluto da tutti.

Il vescovo di Ugento, mons. Giuseppe Ruotolo, che stimava don Peppino Cortese per la sua bontà (mai aveva fatto “tagliare la luce” agli utenti morosi), grazie all’amicizia col padre gesuita Pietro Tacchi-Venturi, molto vicino a Mussolini, ottenne la fine dell’esilio e nel 1939 Giuseppe Cortese poté tornare in famiglia.

Alla fine della II guerra mondiale Giuseppe Cortese compì l’ultimo atto d’amore per Tricase. Nelle elezioni comunali del 20 ottobre 1946, le prime dopo il ventennio fascista, egli capeggiò la lista della Bilancia ma non fu eletto sindaco per pochissimi voti (1511 contro 1514) rimanendo consigliere di opposizione con altri 9 eletti. Suo avversario era stato il dr. Spiridione Barbara.

Giuseppe Cortese morì improvvisamente l’11 novembre 1946, lasciando un grande vuoto per le qualità umane che avevano contraddistinto la sua laboriosa esistenza sempre attenta ai bisogni degli altri, specie i più bisognosi.

Il Consiglio comunale, nella seduta del 27.12.1946, deliberò alla unanimità di intitolargli una piazza. Tale volontà, per vari motivi, è rimasta inattuata e questo centenario è l’occasione irrimandabile per dare corso a quella delibera. Un’idea può essere quella di intitolargli la piazza del “trave” denominandola “PIAZZA DEL POPOLO GIUSEPPE CORTESE”; l’associazione non dispiacerebbe a don Peppino, che amava quella piazza vicina alla sua dimora e neanche al popolo che la frequentava e che voleva bene al benemerito concittadino.

 

 

 

 

 

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