di Caterina SCARASCIA

Copio il titolo di un vecchio articolo della docente universitaria Adriana Luciano, perché è quello che esprime meglio il mio attuale stato d’animo, un miscuglio di disagio e rabbia per una classe politica che, causa pandemia, ha messo la scuola fra parentesi, chiudendola, in sostanza, per un anno e mezzo. Con un vergognoso balletto di decisioni e contro decisioni tra Stato e Regioni.  

Ma se durante il lockdown iniziale, quello di marzo-aprile 2020, gusto per intenderci, tale chiusura aveva un senso, perché ne sapevamo poco, del virus e degli annessi e connessi, in seguito no, in seguito è stata una scelta infausta, peggiorata, in Puglia, dalle assurde ordinanze di Emiliano, che hanno trasformato la scuola in un ristorante d’asporto secondo le richieste e i bisogni delle famiglie.

Vuoi la didattica a distanza, non la vuoi? Prego, accomodati, siamo al vostro servizio!

Ma non è un servizio che ha fatto il bene dei ragazzi, né psicologico, né in termini di sviluppo degli apprendimenti. Spiace dirlo, ma è la verità.

Dopo il lavoro dell’estate, le determinazioni precauzionali, le misure di sicurezza, l’organizzazione faticosa della didattica a distanza (DAD), la disposizione minuziosa e faticosa degli spazi-aula, del numero degli alunni, dei distanziamenti, delle mascherine prima, durante e dopo le attività e via discorrendo, la scuola era in condizioni di reggere l’emergenza, non era necessario togliere agli studenti questo spazio vitale.

Sia chiaro: di errori ne sono stati fatti tanti anche lì, probabilmente si continua a farli, è ovvio, solo chi non fa non sbaglia, ma l’obiettivo era e resta chiaro: mantenere la presenza dei ragazzi e la relazione educativa, il rapporto diretto con i docenti e i compagni, l’inclusione dei diversabili e dei tanti allievi con bisogni educativi speciali.

E’ stato invece sacrificato tutto in nome della ricerca del consenso (di voti…alle elezioni…si sopravvive!), danneggiando, ancora una volta, un’istituzione responsabile del futuro dei giovani e quindi del Paese.

Oggi, ad appena due mesi dalla chiusura dell’anno scolastico, i bilanci sono inevitabili e le analisi, accademiche e non, sono ormai in dirittura d’arrivo: il livello di competenza degli studenti si è paurosamente abbassato; i loro disagi psicologici sono aumentati; il loro senso di responsabilità, già traballante in una società liquida e schiava dei social come quella attuale, sta franando a vista d’occhio; molte famiglie collaborano poco con l’istituzione scuola, perché scambiano il binomio diritti-doveri per pretese, non si fidano e pensano che i figli, 90 su 100, abbiano sempre ragione.

Sarei disonesta se, al contempo, non riconoscessi lo sforzo di tutti quei nuclei familiari che hanno dovuto affrontare difficoltà economiche e trasformarsi, nel medesimo tempo, in sostenitori dei loro ragazzi incollati ad uno schermo per avere riconosciuto il loro diritto all’istruzione.

Ma ritengo che era ed è necessaria più collaborazione, più sinergia, più forza nell’urlare, insieme, che la scuola non si tocca e le grida avrebbero dovuto raggiungere il cielo, soprattutto dinanzi al massacro della Superiore, con giovani ridotti a frequentare poco o nulla, perché non si potevano superare i limiti di determinate percentuali e che oggi hanno peraltro poca voglia di farlo (basta vedere le percentuali dei rientri di questa settimana).

 Ma chi ha avuto il coraggio di denunciare, dai grandi politici agli ultimi consiglieri comunali, che il vero problema sono i trasporti ed il relativo indotto? I balletti con le ditte? Chi ha avuto il coraggio di dire che la mattina la scuola è chiusa, ma che il pomeriggio e la sera i ragazzi sono in giro, a frotte, anche senza mascherine?

Che la scuola non sia nelle priorità della nostra classe politica da…secoli…è noto ed arcinoto, ma poi non facciamo gli ipocriti parlando di lotta alla disoccupazione, di opportunità per i giovani, di fondi europei per questo o quell’altro progetto, perché senza conoscenze e competenze i nostri ragazzi non andranno da nessuna parte! E fra dieci, venti anni, avremo un’altra generazione di ignoranti, che potenzieranno le fila della politica, che continuerà a mettere pietre tombali sul futuro dell’Italia.

Siamo al capolinea ed io ho solo voglia di scendere, perché amo troppo il mio lavoro e soffro troppo per questa generazione allo sbando, per avere la forza di tacere.