di Ercole MORCIANO

Per la XXXIV Giornata del Malato,  “Casa di Betania” ha voluto ricordare il suo 17° anno di attività con un convegno dal titolo L’Hospice si racconta. L’evento, con un denso programma di interventi, si è tenuto il 12 febbraio scorso, nell’aula magna del polo didattico universitario annesso all’ospedale, gremita di pubblico e con la presenza delle autorità civili, militari e religiose. Un convegno ben riuscito che ha visto protagonisti quanti della “Casa di Betania” sono stati ospiti e si sono giovati delle amorevoli cure loro prestate dal personale sanitario ai vari livelli.

Il filo rosso che ha attraversato tutti gli interventi è l’anima stessa che sostiene dal profondo il centro residenziale: prestare le Cure Palliative secondo i più aggiornati protocolli medico-scientifici e unirle alle cure amorevoli verso la persona dell’ospite, famiglia compresa. Sono bastati alcuni racconti sui primi pazienti accolti 17 anni or sono, per fare comprendere all’uditorio quanto bene, quanto amore, sono germogliati in tutti questi anni. Un bene che ha valicato i muri della Casa per farsi promotore di una cultura attenta alla vita in ogni sua espressione. I numeri parlano chiaro. L’Hospice “Casa di Betania”, che serve un bacino di 400.000 abitanti, ha accolto dal suo inizio a oggi circa 8.000 persone bisognose di cure palliative nelle due articolazioni in cui si configura: i pazienti terminali e i lungodegenti. Non sono ottomila unità numeriche: si è trattato di persone, ciascuna con il proprio volto, con la propria storia, col suo vissuto, con le sue paure e le sue speranze. Ad ogni ospite della Casa si è cercato di lenire le sofferenze della malattia e, quando è servito, di consolarlo e accompagnarlo fino agli ultimi istanti di vita, perché anche quelli sono un dono prezioso degno di essere vissuto in pienezza.

“Circa venti anni fa – ha raccontato Suor Margherita Bramato nel suo intervento – era il periodo della diffusione delle R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistite) e insieme con la superiora Suor Dina riflettemmo sulla possibilità di istituirne una a Tricase, oppure pensare ad altro. Pregammo e infine ci orientammo verso l’Hospice, perché ci parve, a ragione, più affine alla mission dell’ospedale cattolico qual è il “Cardinale Panico”. Visitai parecchi hospice, soprattutto all’estero. Mi recai in Francia, in Inghilterra, per rendermi conto di persona di come tali strutture erano edificate e organizzate nel loro funzionamento ed infine prendemmo, come Congregazione, la decisione di realizzare un Hospice a Tricase, collegato con l’azienda ospedaliera”.

Nel ringraziare Suor Margherita e la Comunità delle Suore Marcelline, unitamente a tutto il personale dell’Hospice, che “accolgono le persone sofferenti con uno spirito di famiglia e di fraterna partecipazione”, concludiamo con le parole del nostro Vescovo, Mons. Vito Angiuli, sempre vicino alle opere “Card. Panico”: “Vivere la propria professione in questa casa significa condividere la spiritualità indicata nel suo stesso nome: essere amici dei malati, accompagnare la loro sofferenza, farsi carico delle loro fragilità, pregare perché trovino la forza di affrontare i momenti conclusivi della loro vita, confidando e affidandosi al Signore perché anche la morte diventi un profumo che inebria la casa di vita”. E sulla vita dell’ Hospice, nel corso del convegno, è stato presentato il numero monotematico Orizzonti della Pia Fondazione di Culto e di Religione “Card. G. Panico”; l’ultimo numero era stato pubblicato nel 1910, l’anno dopo l’apertura dell’Hospice. Si può ritirare la copia presso la segreteria del polo didattico

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