di Alessandro DISTANTE
La disaggregazione è un fenomeno che interessa il territorio (vedi crolli delle nostre coste a pag. 2), ma interessa anche il tessuto nazionale sotto il profilo sociale, lavorativo ed addirittura sanitario (vedi le Pre-intese sull’Autonomia differenziata a pag. 5).
Un’Italia che sembra crollare e dissolversi in un clima di crescente disgregazione e contrapposizione. Un fenomeno non solo italiano: se si allarga lo sguardo, il pensiero corre alla terribile guerra in Iran e in Medio Oriente; e poi in Cisgiordania e a Gaza; e poi ancora in Ucraina e l’elenco potrebbe continuare e sarebbe lungo. Tutte contrapposizioni che si accompagnano a processi di delegittimazione e disgregazione dei luoghi del confronto e della soluzione pacifica dei conflitti, quali l’ONU, sostituito da un Club a pagamento; più in generale, è in atto una crisi profonda del diritto internazionale sostituito da norme morali autolegittimantesi.
Vengono progressivamente meno e si vanno svuotando i luoghi del dialogo e della sintesi: i corpi intermedi (partiti e sindacati) sembrano affetti da una malattia che appare irreversibile.
Accade anche a Tricase dove, accanto a proposte che vedono la paternità ed il sigillo di partiti e movimenti da tempo operanti sul territorio, spuntano altre proposte che fanno riferimento a movimenti ed associazioni estemporanee, che meglio e più onestamente sarebbero dei comitati elettorali, conseguenza tuttavia della incapacità di rappresentanza dei partiti.
Anche il Referendum sulla Giustizia sembra anteporre contrapposizioni alla discussione sul merito, al punto da far dire al prof. Sabino Cassese che “La lite tra tifoserie svilisce il voto”.
Alla giusta terzietà di chi giudica si contrappone un’altra questione, altrettanto importante, quale è quella di un Pubblico Ministero che agisce per fare giustizia e cercare la verità, evitando lo schema contrappositivo tra Accusa e Difesa.
Eppure, troppe sono state le vicende di cronaca giudiziaria che hanno visto una Procura attestata su posizioni colpevoliste (vedasi, da ultimo quello che sta emergendo sulla Procura di Trani). Se a questo si aggiungono le conclamate vicende di lotte interne correntizie con pregiudizio per chi, pur essendo capace, non è schierato, la difficoltà di giungere ad un voto referendario frutto di una riflessione sui contenuti diventa ancora maggiore.
Sull’altro fronte non appaiono di minor rilievo le perplessità su una Riforma che favorirebbe un processo di subordinazione del potere giudiziario a quello esecutivo. Ad avvalorare tali timori, anche al di là del testo della Riforma, sono le dichiarazioni “avventate” da parte di autorevoli rappresentanti del Governo, a partire dalla Presidente Meloni che, troppo spesso, parla di una Magistratura che ostacola gli obiettivi dell’Esecutivo, dimenticando la fondamentale separazione non delle carriere ma dei poteri.
Temi delicati e che meriterebbero un confronto aperto e sereno (cercheremo di farlo sul prossimo numero).
Il punto è che mancano i luoghi per un confronto sui contenuti e senza pregiudiziali contrapposizioni. Manca, ancor di più, una cultura che, nella tradizione del “Medioccidente”, favorisca i momenti di partecipazione vera e non da stadio e che veda riprendere quota la fiducia reciproca e lo spazio del confronto o, detto in altre parole, che veda riemergere la democrazia.


