Un appuntamento da non perdere
di Alessandro DISTANTE
Siamo alla quindicesima edizione del Premio “Il Volantino”. Partimmo dall’idea che un foglio settimanale locale doveva necessariamente aprirsi, arricchendosi ed arricchendo la comunità nella quale opera. Essere di provincia non significava essere provinciali.
Quell’idea si è realizzata, grazie alla presenza a Tricase di firme importanti nel panorama giornalistico italiano: da Antonio Polito ad Antonio Caprarica, da Serena Dandini a Barbara Stefanelli, da Antonio Padellaro a Lucia Goracci, da Sergio Staino a Francesco Giorgino, da Claudio Scamardella a Lino Patruno, da Piero Sansonetti ad Alessandro Barbano, da Marco Tarquinio a Piergiorgio Giacovazzo.
Ogni anno un appuntamento per dibattere, per conoscere e per crescere. Sempre solo con le nostre forze o, meglio, con la forza dei nostri Lettori e dei nostri Sponsor grazie ai quali usciamo ogni anno con 40 numeri settimanali e grazie ai quali organizziamo il Premio.
Un grazie ai Premiati che accettano di venire a Tricase, spesso sobbarcandosi viaggi lunghi e faticosi e che vengono –è bene dirlo- senza ricevere alcun compenso. Già per questo meritano la nostra riconoscenza.
Quest’anno il Premio avrà un ospite di primissimo livello: Massimo Nava, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera. Un milanese che -come scopriremo- ha tanti rapporti con le nostre terre meridionali e pugliesi.
Lo conobbi qualche anno fa a Salve dove fui chiamato a moderare un incontro pubblico nel corso del quale Nava presentò uno dei suoi libri e precisamente quello su Angela Merkel.
Gli parlai del nostro Premio e mi venne spontaneo dirgli che, chissà, in una prossima edizione... Era una mezza promessa che, oggi, si concretizza.
Combinazione ha voluto che la venuta di Nava a Tricase coincidesse con l’uscita del suo ultimo libro “Tastiere in gabbia”, una documentata riflessione sul tema attualissimo della libertà di stampa e del rapporto dell’informazione con il Potere.
Vi invito, a nome di tutta la Redazione, non solo a venire giovedì, ma anche, se volete, ad inviare vostre domande al nostro indirizzo mail.
Le vostre domande saranno selezionate e rivolte a Massimo Nava.
E’ un modo per alimentare il dibattito e avere un incontro partecipato.
Dimenticavo: ingresso libero e gratuito!
di Pino GRECO
Era il mese ottobre 2024 quando veniva pubblicata la seguente nota da parte della società: L’ASD Atletico Tricase torna a calcare l’erbetta del “San Vito” dopo i recenti lavori che hanno interessato il manto erboso. Gratitudine e riconoscenza all'amministrazione comunale di Città di Tricase e al sindaco Antonio De Donno Sindaco per i fondi stanziati, che hanno permesso il rifacimento del manto erboso

Com'era: Il vecchio manto erboso presentava buche, zone spelacchiate, drenaggio inefficace e condizioni generali che mettevano a rischio la sicurezza dei giocatori. In molte partite, bastava un po’ di pioggia per trasformare il campo in una palude.
Com'è (oggi): 9 novembre 2025- Nonostante il recente rifacimento, dopo aver speso una somma non indifferente ( si parla di 30mila euro) - il manto appare già rovinato: erba ingiallita, pozzanghere persistenti, zone irregolari. Un risultato deludente rispetto all'investimento annunciato?

di Giuseppe R. PANICO
I tanti lavori degli ultimi anni ed ancora in corso, in gran parte finanziati con fondi PNRR, nell’ambito di un debito pubblico di oltre i tremila miliardi e di circa ottanta miliardi annui di soli interessi, stanno dando a Tricase, pur fra perplessità, riprogettazioni e costi aggiuntivi, una nuova immagine.
Il contemporaneo allargamento della SS 275, con ben 4 corsie, renderà poi più sicuro e veloce il traffico verso Nord. La prosecuzione della stessa SS 275 verso Sud, con un nuovo e più scorrevole tracciato a due corsie (molto discusso e considerato spesso superfluo), renderà disponibile un altro collegamento, oltre ai sei principali già esistenti, che dalla congiungente Tricase-Marina di Ugento (circa 30 km) si dilungano in un imbuto verso il Capo (due litoranee, due tracciati ferroviari, vecchia 275, SS 274, SP 81).
I lavori in corso sulla FSE Sud Salento (Maglie-Gagliano-Casarano), da decenni così scarsamente utilizzata e così impattante nei comuni che attraversa, favoriranno ancor più il trasporto passeggeri, da tempo sviluppatosi su più rapidi mezzi privati e pubblici autobus. A fronte di una così ampia rete di trasporto, permane comunque una ben scarsa esigenza di movimentare merci e passeggeri. Le marginali attività produttive, il calo, invecchiamento e impoverimento della popolazione, il crescendo di attività via web e la riduzione della popolazione scolastica, rischiano di diluire eccessivamente il “Sistema Trasporti Sud Salento”, ma rendendolo ben più costoso in gestione e manutenzione.
Ovviamente potrà favorire il turismo, ora in crescita (in particolare straniero) anche in conseguenza di guerre e crisi in corso e relativa insicurezza fuori dall’Europa. Turismo che, se privo di un deciso aumento in qualità e quantità dei pertinenti servizi locali (strutturali oltre che culturali e di immagine), rischia di essere limitato al “mordi e fuggi” (senza più ritorno) o allo ormai diffuso “cafonal” di ben limitato apporto. Servizi soprattutto costieri e nautico-balneari, anche come valida attrattiva per il locale tempo libero, sport, benessere e nuovi investimenti per i risparmi locali. Il cambiamento climatico, il dilungarsi della bella stagione e il diffondersi del “south working” (lavorare al Sud via telematica per le attività del Nord) e i ben più alti costi del vivere al Nord, potrebbero anche incentivare restanza e “ritornanza” di nostri giovani attratti dal “Meno male che c’è il mare”, come da una frase su un muro a Tricase Porto.
In vista delle prossime elezioni comunali e regionali, è dunque auspicabile una decisa maggiore attenzione verso l’ambito costiero (Puglia bagnata da due mari e Tricase con circa 9 km di costa) superando la “cultura” del “Né si Dibatte, né ci si Batte, Tutto si Accetta e le Urne si Diserta”, che condiziona ogni progresso. Attualmente il nostro ambito costiero è soggetto alle restrizioni del Parco Otranto -Leuca, a una estesa, vincolante e adiacente Area Marina Protetta (in itinere), a un Parco Eolico realizzabile al largo, al porticciolo di Marina Serra chiuso ad ogni attività, ad una insenatura del Rio da recuperare, alla inesistenza di un PUG (anche verso mare e marine), alla assenza di Piani Particolareggiati ed all’ inefficacia del Piano Coste. Limiti e carenze che, privandoci di più ampie attrattive economiche, hanno incentivato l’emigrazione e la conseguente dismissione di tante abitazioni poi meno richieste, sia come albergo diffuso, sia per eventuali nuovi arrivi residenziali. Una situazione di insieme che riguarda gran parte di noi tutti e che richiederebbe dunque una ben più ampia partecipazione cittadina.
In altre e ben più dinamiche aree costiere, quali Ventimiglia, Costa Smeralda, litorale di Pisa ed altri vanno intanto sviluppandosi grandi progetti di valorizzazione dei water front sia per nuovi insediamenti di pregio che per qualificati servizi nautico-balneari. La nautica, in particolare, costituisce un potente storico richiamo, per un turismo e una residenzialità di alto valore e rilevante indotto. Tricase, avendo invece molto contenuto i servizi nautico-balneari e lo sviluppo costiero, mantiene, nel Sud Salento, il triste “primato” del minor costo /mq delle sue abitazioni, quasi come simbolo di un ricercato declino.
Conservare ambiente e natura è un nobile obiettivo, ma senza dover “espellere”, con l’immigrazione, la residua natura o presenza umana locale (nella nostra provincia abbiamo ormai più pensionati che buste paga). Nella perenne mancanza d’altro, non si può che ricercare e creare lungo costa più lavoro ed economia, utili anche a risanare il nostro mostruoso debito pubblico da primato europeo (dopo la Grecia recentemente “fallita”). Non ci resta che sperare che i nostri prossimi eletti, sappiano ben Nuotare e Vogare, come si richiedeva un tempo per alcune rilevanti attività sul mare, o almeno Veleggiare lungo una ben più creativa rotta.
Necessità, dunque, di un nuovo paradigma o un modello di reale sviluppo che non sia più quello di poco produttivi e dispendiosi lavori pubblici per poter Galleggiare nel solito stagno.

di Pino GRECO
E’ lunedì 10 novembre ore 12,07. Sono stato al pronto soccorso per un dolore toracico, codice arancione, per circa sei ore.
Fuori c’erano cinque ambulanze ferme con i pazienti ancora a bordo in attesa di essere presi in carico.
Una volta entrato nella sala d’attesa, ho trovato una situazione al limite: piena di persone con urgenze, preoccupazioni e dolore.
Dopo aver atteso il mio turno, tra chi lamentava dolori e chi era stremato dalla lunga attesa, finalmente sono stato chiamato negli ambulatori del pronto soccorso. Otto lettini tutti occupati.
Medici, infermieri e operatori sanitari in continuo movimento, esausti ma presenti. Perfino il direttore sanitario era sul campo a dare una mano. È una vera emergenza quotidiana che, se da un lato, merita un grande applauso per chi lavora con impegno e competenza, dall’altro fa riflettere noi cittadini sulla fragilità del sistema sanitario e su quanto ci sia ancora tanto da fare per garantire un'assistenza sanitaria sicura e tempestiva.
Dimenticavo: sono uscito sano e salvo dopo circa sei ore, come da protocollo per il dolore toracico accusato.
Erano le 17,46. Stanco, ma con la consapevolezza di aver trovato persone competenti e disponibili, nonostante le difficoltà evidenti del sistema.
Un grazie a tutto il personale del pronto soccorso di Tricase

Dopo una mia recente esperienza di ricovero ospedaliero presso il nostro Ospedale “Panico”, che mi ha costretto immobile nel fondo di un letto per 15 giorni – nelle condizioni che consentono la mia definizione di cosiddetto “paziente fragile” – mi è capitato di osservare da vicino, forse come non mai prima, ciò che accade nel mondo della sanità ospedaliera.

Verso i reparti e le figure professionali che mi hanno assistito, non posso che esprimere sincera ammirazione per la competenza e la dedizione dimostrate, eppure quel periodo ha mutato profondamente il mio modo di guardare all’organizzazione sanitaria del territorio.
Nell’opinione pubblica, la discussione sulle strutture ospedaliere sembra oggi dominata da parametri di efficienza e da ragionamenti di tipo tecnico-contabile: si parla di ingressi, di infrastrutturazioni, di nuovi padiglioni, di bilanci da tenere sotto controllo. Tutto giusto, tutto necessario, ma non sufficiente. Perché, nel frattempo, rischiamo di smarrire la dimensione originaria e pubblica del nostro nosocomio, quel senso di comunità e umanità che ne ha guidato l’azione fin dalle sue fondamenta.
Raccogliamo dunque le idee. Non esiste “il paziente” come figura astratta, uniforme e standard: esistono persone, ognuna con esigenze assistenziali differenti. L’ospedale, soprattutto nella sua vocazione pubblica, non può non ignorare questa diversità. Che differenza farebbe, ad esempio, una stanza più spaziosa per chi ha una ridotta mobilità? Forse significherebbe evitare sedute di fisioterapia supplementari e, soprattutto, permettere a qualcuno di ritrovare più facilmente la propria autonomia e dignità una volta tornati a casa. Ed ancora: quanto pesa, nella qualità dell’assistenza, la mancanza di personale stabile e formato? Quante volte vediamo giovani tirocinanti, pieni di entusiasmo, ma destinati – finito il periodo di formazione – a lasciare vuoti che si riempiono solo a fatica? Il risultato è che anche i più motivati tra gli infermieri e gli operatori sociosanitari si ritrovano gravati da turni estenuanti, costretti a un ritmo che lascia poco spazio alla cura vera, quella fatta di attenzione e di ascolto. Conseguenza, anche questo, delle poche risorse finanziarie riservate alla sanità e del discriminatorio trattamento per le strutture private convenzionate.
Infine, vi è la questione, tutt’altro che secondaria, della cosiddetta “presa in carico” del paziente fragile. Davvero pensiamo che basti un approccio tecnico, un protocollo, un foglio da firmare? La fragilità, quando si manifesta, richiede un sapere e una sensibilità che vanno oltre le competenze standard: serve empatia, serve prossimità, serve una visione integrata che unisca la medicina al sentimento del prendersi cura. Ma come si può chiedere tutto questo a chi è costretto ad operare quotidianamente in condizioni di sottorganico cronico? Forse, a questo punto, sarebbe il caso di smettere di affidarsi soltanto alle strategie e di tornare a parlare di persone, non di numeri. Forse bisognerebbe davvero “mettere mano al portafoglio”, come si dice, per riequilibrare le forze in campo e garantire continuità, dignità e serenità a chi lavora e a chi si affida. Perché un ospedale, anche quando funziona bene, non vive di soli protocolli: vive dell’umanità che lo abita, e questa non ammette tagli di bilancio.
Lettera firmata
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