di Alessandro DISTANTE
Le festività natalizie sono da sempre associate al tema della pace. Il ritrovarsi nelle famiglie, i falò della vigilia, le funzioni religiose, l’albero e il presepe; e poi la giornata della pace, gli auguri per un nuovo anno di pace e di prosperità. Tante le suggestioni intorno ad una parola, “pace”, il cui significato rischia, proprio in questi giorni, di essere stravolto e tradito.
“La pace regna a Varsavia” è il celebre annuncio in una Città rasa al suolo dopo la repressione russa della rivolta polacca. Era il 1831.
Per venire ai nostri giorni la parola pace rischia di essere tradita se parliamo di pace nella striscia di Gaza. Un accordo che non viene sottoscritto dalle parti in guerra ma da altri, rappresentanti di altri Stati e di altri interessi. Una pace che non è neppure tregua se si pensa al perpetuarsi di una catena di morti e feriti e di distruzione di quel poco o niente che è rimasto.
Un’idea di pace ugualmente tradita se per la pace ci si prepara alla guerra. Il riarmo dell’Europa per fare fronte ad un nemico dipinto a tinte ancora più fosche di quelle che lo caratterizzano. L’industria bellica che si arricchisce a spese del welfare, minando quella sicurezza sociale che, se manca, impedisce una pace vera e duratura.
Una pace tradita nella chiusura sempre più propagandata ed attuata nei confronti di chi non può stare in pace perché muore di fame e di guerre. L’assurda pretesa di ritagliarci un’oasi di pace malgrado che intorno a noi popoli interi vivono tremende situazioni di persecuzioni, di miseria e di sfruttamento.
E poi non è un tradimento della parola pace se si propone Donald Trump per il Nobel per la pace o si giunge a nominarlo testimonial di pace abbinato ai mondiali di calcio? Si può premiare in nome della pace un personaggio che non esita ad usare termini irrispettosi e violenti, di disprezzo, chiamando spazzatura gli immigrati e perseguitandoli solo in quanto immigrati oppure che attenta alla libertà di stampa avviando procedimenti nei confronti dei giornali nemici oppure che si augura la fine della civiltà europea o, infine, che chiama maialina una giornalista poco allineata?
E poi quale pace se la Russia pretende di giungervi violando il diritto internazionale e la sovranità territoriale oppure se gli Stati Uniti minacciano azioni in un altro Stato indipendente, come il Venezuela, per combattere il traffico di stupefacenti pur essendoci organismi di polizia e giudiziari deputati a questo?
La forza, la violenza, le chiusure, le offese, tutte realtà “di moda” che non possono essere coniugate con la parola pace.
Verrebbe da dire: “Ma come parliamo?”, mutuando una celebre battuta di Nanni Moretti in Palombella Rossa. Già, ma come parliamo se usiamo a sproposito la parola pace e facciamo gli auguri di pace se mettiamo quella parola in relazione e non in contrapposizione con guerre, violenze, riarmi, ingiustizie, chiusure e tanto altro ancora?
Auguri perciò, ma attenzione alle parole perché -sempre per dirla con Nanni Moretti- “le parole sono importanti”!


