di Giuseppe R. PANICO
Augurarsi Buon Anno è stato facile, ma concretizzarlo richiede ben altro, se è già iniziato con un immane disastro giovanile in Svizzera. In geopolitica, abbiamo ancora due guerre vicine, con ben più attenzione verso nuove crisi e conflitti e ben maggiori risorse dedicate a Deterrenza e Difesa (in Italia da Costituzione) o, da altri, alla esplicita Guerra.
Guerre che, insieme al terrorismo ed espansionismo islamico, in gran parte sostenuti dalla politica feroce e repressiva degli ayatollah iraniani (e non solo), ora in grave crisi, e al diffondersi di nuovi imperialismi, hanno, come obiettivo, anche grazie all‘ immigrazione, il nostro avanzato, libero, democratico, pur imperfetto e frammentato, Occidente. Dopo l’intervento in Venezuela con, da più parti, il “Thank you America”, per la fine di un’altra feroce dittatura, ritorna il vecchio tentativo USA di annessione della Groenlandia (con il pensiero poi su Cuba?). Acque agitate, dunque, anche fra i ghiacci del Nord e, ancor più, in sede NATO ed Europa. Prosegue intanto rovente il dibattito per il prossimo referendum sulla giustizia.
In una Italia dai troppi partiti e governata anche da albi professionali e potenti caste, è gran parte della casta più tenuta a rispettare e far rispettare la legge ad opporsi a varianti costituzionali sulle proprie funzionalità e poteri. A scorciare i tempi di attesa per le visite mediche, da primato italiano, che tanto incidono su salute e risparmi, con ampio lucro della sanità privata, ci sta pensando il nuovo Presidente di Regione.
Non ha potuto però scorciare la lunga lista di ben 50 membri del Consiglio Regionale e non certo 40 (per il calo della popolazione) né più di tanto la squadra dei consiglieri personali (prima 21 ora 9). Compreso, “caso strano”, anche il Presidente appena sostituito, al modico costo di 130.000 nostri euro l’anno. Come troppo spesso accade, la politica sa ben nutrire prima sé stessa e gli amici e poi il popolo che rappresenta e la elegge e finanzia. Cambia pure il Presidente della nostra Provincia, ora Consigliere in Regione
In paese, elezioni comunali in arrivo, con candidati in crescita e incerto vociare su numeri e nomi. Continua intanto, a suscitar “meraviglia” la lentezza dei tanti lavori avviati, con relativi maggiori costi e disagi. Come anche rabbia per le “troppissime” buche che sviliscono la nostra viabilità, carente anche di segnaletica orizzontale. Siamo lontani anni luce da paesi ove le manutenzioni viarie vengono velocemente ben fatte e completate anche di notte, alla luce delle fotoelettriche, a beneficio e sicurezza del più intenso traffico diurno.
Traffico ora “distratto” anche da tanti purpurei costosi fiorellini ad incroci e rotatorie. Uno sguardo verso il mare e la costa ci riporta alle acque reflue nel Rio. Il Comune vorrebbe, previo manifesto pubblico interesse, distribuirle nelle campagne per colture” sopraterra” (cavoli, cicorie etc.,), ma non sottoterra (finocchi, patate, carote etc.) perché, assorbendo queste più reflue acque, ce le ritroveremmo già ben “condite” a tavola.
La Befana, invece di cenere e carbone sulla testa, ha fatto cadere a Marina Serra un bel pezzo di tufacea falesia. Notizia da “Colpo Grosso” che, diffusa Urbe et Orbi, ha reso ben più nota e “naturale” la nostra piscina e il Mare Nostrum. Ma di Nostrum ci è rimasto poco, visto che, dopo aver perso, con il Parco Otranto-Leuca, un più produttivo uso della costa; dopo i divieti per pericolosità PG-2, PG-3 della scogliera e i tanti divieti di balneazione, sparsi per le due marine, stiamo perdendo anche nautica, altra balneazione e pesca, grazie all’ Area Marina Protetta (la più grande d’Italia) di prossima attivazione.
Svaniscono anche altre occasioni di lavoro, per le resistenze al nuovo parco eolico che si vorrebbe realizzare al largo. Poco importa se è l’economia del mare a sostenere tanti paesi costieri e se sul mare viaggia il 90% della economia nazionale e se per tale economia, proprio a Tricase sono stati avviati in questi giorni corsi superiori triennali per Ufficiali di Macchina e Coperta (Marina Mercantile).
Poco importa se si esagera con l’ambientalismo (in riconsiderazione sia in USA che in Europa) e si trascura l’esigenza di un più produttivo equilibrio fra ambiente e sviluppo economico e sociale (ora così carente). Un anno da vivere dunque, fra possibili grandi mutamenti geopolitici e politici anche locali.
Sperabilmente, almeno con la piscina riattivata già a Pasqua che, per grandi e piccini, lontani e vicini, d’estate e d’inverno, è un grande “Luogo del Cuore”, ove almeno si appieda e si galleggia. Su nuotare, vogare o navigare, verso sviluppo e non stagnazione, anche della costa, forse i candidati sindaco (e non solo) vorranno, credibilmente, dire la loro.
di Ercole MORCIANO
Il 31 gennaio 1926, esattamente 100 anni fa, veniva inaugurata a Tricase la centrale elettrica voluta dal concittadino Giuseppe Cortese, “don Peppino”, come veniva confidenzialmente e rispettosamente chiamato dai Tricasini del suo tempo. Un Uomo straordinario, un imprenditore eclettico che partiva dai bisogni dei suoi compaesani e li trasformava in servizi da prestare a loro favore. L’anno in corso è anche l’80° della sua morte, che lo colse a poco più di 70 anni, quando iniziava un altro percorso, quello amministrativo, per cui era stato eletto consigliere comunale. È giusto pertanto in questo anno ricordare, insieme allo storico centenario della centrale elettrica, anche la figura di Giuseppe Cortese attraverso eventi da programmare di concerto con i parenti e il locale Museo di Storia Patria di Donato Antonaci Dell’Abate, che darà certamente la sua disponibilità.
LA CRONACA DELL’EVENTO
Giuseppe Cortese con la moglie Italia Zanchi e i figli Alessandro a sn e Antonio a dx. In primo piano, da sn. la figlia Giulia, la nipote Lidia Zanchi e la figlia Rina.
La cronaca della memorabile giornata del 31 gennaio 1926 è raccontata su “Il Tallone d’Italia”, periodico per tutto il Capo di Leuca, edito a Tricase in quegli anni dalla Tipografia Raeli. L’inaugurazione della centrale, posta nella via allora XX Settembre ora F. Bottazzi, nei locali oggi di proprietà Pitton-Cavalieri, fatti costruire appositamente da Giuseppe Cortese, fu un evento straordinario vissuto con entusiasmo da tutta Tricase. Finiva un’epoca “buia” con candele, lumi, lucerne, olio lampante, lanterne, lampade a carburo-acetilene e ci si liberava dalla loro luce fioca e dai loro cattivi odori. Iniziava un’altra epoca. La luce elettrica era anche il simbolo del progresso verso il quale tutti guardavano con speranza e ottimismo.
Quel giorno fu una festa di popolo che le autorità fasciste del tempo utilizzarono per consolidare a Tricase il consenso, dopo un biennio difficile segnato dal contrasto con la locale sezione dei Combattenti e Reduci, culminato con l’assassinio del presidente Roberto Caputo che si opponeva strenuamente alla fascistizzazione. Presidente del Comitato organizzatore dei festeggiamenti era pertanto il fiduciario locale del fascio.
La giornata iniziò a mezzogiorno con il “pranzo ai poveri” offerto dal Comitato nei locali della centrale. Alle sedici, nei pressi della Scuola Elementare, si formò il corteo con in testa le autorità, seguite dalle bande musicali di Tricase e Specchia e infine dai cittadini. Parteciparono il prefetto, tutti i deputati della provincia, tutti i sindaci del circondario di Gallipoli, “le autorità più cospicue dei dintorni e tutto il popolo”. Il corteo si fermò in piazza del Popolo dove “si acclamò all’ardito industriale” mentre le autorità si recarono nella vicina dimora di Giuseppe Cortese, in via mons. Ingletti, per “rendergli un cordiale contributo di simpatia e di plauso”. Il corteo, con Giuseppe Cortese e i suoi famigliari, ripartì “tra l’entusiasmo della folla” e, mentre le bande suonavano marce e inni patriottici, percorse le vie (allora) G. Pisanelli, Municipio, Stella d’Italia, XX Settembre. Giunto il corteo nei pressi della centrale, ebbe inizio la solenne cerimonia dell’inaugurazione.
Intervenne per primo il sindaco, dottor Spiridione Barbara, farmacista, per esprimere la riconoscenza del paese verso l’imprenditore illuminato che col suo coraggio e la sua intraprendenza aveva dotato la cittadina di un moderno servizio, segno di progresso e di benessere: “Rilevo che la festa di Tricase non è solo una festa locale, ma è una festa nazionale perché segna un altro passo nel progresso civile. Esprimo la riconoscenza del paese verso il signor Giuseppe Cortese, che con la sua volontà veramente di ferro, superando i più difficili e impreveduti ostacoli, da solo, ha sostenuto la grande impresa che onora il paese”.
Dopo il sindaco prese la parola Giuseppe Cortese, l’amato don Peppino, il quale ritenne che “l’illuminazione elettrica non doveva rappresentare che il primo passo del risveglio di Tricase”.
I continui applausi spontanei di tutti gli astanti durante il discorso, unitamente alle acclamazioni verso l’imprenditore, resero quel momento un vissuto comune di tutti i cittadini che finalmente vedevano avverarsi quanto da loro a lungo sognato. Una bella realtà che li riempiva anche di sano orgoglio perché Tricase era il primo paese della zona ad avere l’energia elettrica per l’illuminazione delle case, delle strade e per la forza motrice.
All’atto della benedizione, l’arciprete don Tommaso Stefanachi, oratore di grande efficacia e capace di suscitare negli ascoltatori forti emozioni “improvvisò un magnifico e vibrante discorso” per condividere con i Tricasini i sentimenti di gioiosa speranza nel futuro della cittadina.
Infine Maria Cortese, una delle figlie dell’industriale tricasino, ruppe la tradizionale bottiglia di champagne, mentre partirono i motori con gli alternatori e le strade, unitamente alle case, si illuminarono.
GIUSEPPE CORTESE UN TRICASINO ECCELLENTE
Nacque a Tricase il 6 aprile 1875 nel palazzo di famiglia dei baroni Colosso. Sposò Italia Zanchi dalla quale ebbe sette tra figlie e figli: Maria Giuseppina, Antonia, Antonio (Antonuccio), Alessandro (Nino), Maria Carmela, Giulia, Pergentina Pietra (Rina).
Di famiglia agiata e possidente, imprenditore eclettico e coraggioso fa spaziare le sue attività dalle aziende per la trasformazione del tabacco (Lucugnano, Supersano e Ostuni) ai servizi di corriere postale (Tricase Maglie), di collegamento tra la stazione ferroviaria di Tricase con le marine e con le frazioni con trasporto effettuato prima con omnibus a cavallo e poi con autocorriere.
L’impresa che resta nella storia di Tricase è l’impianto della centrale elettrica, inaugurato nel gennaio 1926, per fornire, attraverso una efficiente rete di distribuzione, energia per illuminare le strade pubbliche e le case private, e per dare forza motrice alle macchine industriali. Nel campo agricolo Giuseppe Cortese aprì a Tricase un’azienda vinicola-olearia e dotò Tricase del primo frantoio elettrico della zona.
Per i dolorosi fatti del maggio 1935, causati dal minacciato trasferimento della direzione del Consorzio (ACAIT), Giuseppe Cortese subì ingiustamente 8 mesi di carcere, ma venne prosciolto da ogni accusa. Nel contempo si fece carico delle spese legali per la difesa di alcuni Tricasini meno abbienti e carcerati per gli stessi tragici accadimenti.
Nel 1937, per aver protestato contro la politica del regime fascista che favoriva l’assorbimento delle piccole aziende di produzione elettrica da parte di grandi società – per tale ragione egli scrisse a Mussolini – Giuseppe Cortese fu confinato a Girifalco, in Calabria, provincia di Catanzaro, dove rimase due anni benvoluto da tutti.
Il vescovo di Ugento, mons. Giuseppe Ruotolo, che stimava don Peppino Cortese per la sua bontà (mai aveva fatto “tagliare la luce” agli utenti morosi), grazie all’amicizia col padre gesuita Pietro Tacchi-Venturi, molto vicino a Mussolini, ottenne la fine dell’esilio e nel 1939 Giuseppe Cortese poté tornare in famiglia.
Alla fine della II guerra mondiale Giuseppe Cortese compì l’ultimo atto d’amore per Tricase. Nelle elezioni comunali del 20 ottobre 1946, le prime dopo il ventennio fascista, egli capeggiò la lista della Bilancia ma non fu eletto sindaco per pochissimi voti (1511 contro 1514) rimanendo consigliere di opposizione con altri 9 eletti. Suo avversario era stato il dr. Spiridione Barbara.
Giuseppe Cortese morì improvvisamente l’11 novembre 1946, lasciando un grande vuoto per le qualità umane che avevano contraddistinto la sua laboriosa esistenza sempre attenta ai bisogni degli altri, specie i più bisognosi.
Il Consiglio comunale, nella seduta del 27.12.1946, deliberò alla unanimità di intitolargli una piazza. Tale volontà, per vari motivi, è rimasta inattuata e questo centenario è l’occasione irrimandabile per dare corso a quella delibera. Un’idea può essere quella di intitolargli la piazza del “trave” denominandola “PIAZZA DEL POPOLO GIUSEPPE CORTESE”; l’associazione non dispiacerebbe a don Peppino, che amava quella piazza vicina alla sua dimora e neanche al popolo che la frequentava e che voleva bene al benemerito concittadino.
di Gianvito RIZZINI
Consigliere del Comune di Tiggiano e dell’Unione dei Comuni Terra di Leuca
Ringrazio il direttore per l’invito e lo spazio concesso, che considero prezioso per contribuire alla riflessione in atto su e dentro Tricase, città a cui sono fortemente legato anche per motivi familiari. Questo legame personale mi spinge a partecipare con rispetto e senso di responsabilità al dibattito sul futuro della nostra comunità.
Tricase è molto più di un Comune. È un luogo simbolico, un riferimento naturale per il Capo di Leuca e per tutto il basso Salento. Lo è per dimensioni, per storia, per servizi, per vitalità economica. Lo è perché qui c’è un ospedale che serve un territorio vasto, perché qui lavorano e investono tanti cittadini dei paesi vicini, perché qui si incrociano ogni giorno vite, storie, speranze che arrivano da Tiggiano, Corsano Specchia, Alessano, Corsano, Patù e da tutti gli altri piccoli Comuni del Capo.
Eppure, da qualche tempo, vista da fuori, Tricase sembra guardarsi troppo allo specchio. Come se il ricordo – legittimo, orgoglioso – di un passato glorioso, con le sue Personalità che riecheggiano dai Palazzi romani e dai manuali di diritto, rischiasse di diventare un rifugio, più che una spinta. Come se la città, invece di esercitare una guida naturale, si fosse un po’ ripiegata su se stessa, convinta che basti il proprio peso per restare centrale. Come ci fosse una percezione “aristocratica” di se stessi, che tende ad un avvitamento autocelebrativo.
Lo dico con rispetto e con profondo affetto, anche personale perché Tricase è parte della storia mia e di tanti concittadini che per motivi di legami famigliari, di lavoro, di riferimento scolastico la sentano un po’ la propria casa.
Proprio per questo credo che oggi la Città abbia una responsabilità che va oltre i suoi confini amministrativi.
Negli ultimi anni, nel Capo di Leuca, è accaduto qualcosa di importante. Undici piccoli Comuni confinanti, con risorse limitate e problemi enormi, hanno scelto di cooperare, più o meno intensamente, mettendosi insieme nell’Unione dei Comuni Terra di Leuca.
Non per moda, non per obbligo, ma per necessità e per visione. Dal basso, con il lavoro paziente di sindaci, consiglieri e tecnici, sono nate progettualità serie, complesse, capaci di immaginare il futuro, costruire una piattaforma di coordinamento amministrativo che potrebbe progressivamente integrarsi, intercettare fondi, costruire e associare servizi. Un lavoro faticoso, spesso silenzioso, che, anche se ancora incompiuto, ha richiesto mediazione, ascolto, rinunce personali. Un lavoro che ho visto da vicino avendo avuto l’onore di servire prima come Presidente del consiglio e poi come Consigliere.
Eppure Tricase, in tutto questo, è rimasta ai margini, spettatore. Non per ostilità dichiarata, ma per distanza. Forse, per una certa idea, mai davvero esplicitata ma spesso percepita, secondo cui “noi possiamo fare da soli”. Oppure per una saccenza inconsapevole, quella che talvolta colpisce i centri più grandi quando faticano a riconoscere dignità politica ai territori più piccoli.
Eppure Tricase aderendo all’Unione, dopo un percorso di concertazione, di massima e reale condivisione, potrebbe cogliere l’occasione non solo per rafforzare la cooperazione tra amministrazioni, ma accentuare il carattere distintivo della Comunità del Capo di Leuca, rafforzandone allo stesso tempo le identità dei propri “campanili”
Sia chiaro, l’Unione non può essere mai stata, né vuole essere, un luogo da conquistare o da comandare. L’approccio, se percepito così, non potrà che essere fallimentare. Si tratta di pensare a una comunità istituzionale fondata sull’equilibrio e sul rispetto reciproco. Per questo ogni atteggiamento che suonasse come “entriamo e decidiamo noi” non potrebbe che essere respinto con danni enormi.
Ma un’altra strada è sempre stata possibile, ed è ancora possibile. Quella delle relazioni serie, del coordinamento vero, del rafforzamento condiviso di uffici e servizi, della costruzione di una leadership condivisa che non schiaccia ma include.
Tricase non perde forza se dialoga con il Capo di Leuca. Al contrario, la moltiplica. Può diventare davvero il punto di riferimento naturale se sceglie di alzare lo sguardo dall’ombelico e guardare l’orizzonte. Se accetta che la guida non si esercita per diritto acquisito, ma per capacità di costruire legami, fiducia, visione comune.
Oggi siete di fatto in campagna elettorale e il dibattito è acceso. Forse troppo concentrato sui nomi, sulle tifoserie, sulle rivalità personali, almeno così si percepisce. Io credo che Tricase abbia bisogno, invece, di porsi una domanda più grande. Una domanda del tipo, “che ruolo vuole giocare nel Capo di Leuca dei prossimi vent’anni”?
L’Unione dei Comuni c’è. Ha dimostrato di saper lavorare, di saper progettare, di saper resistere alle difficoltà. Può continuare, come ha fatto sin ora, anche senza Tricase, certo. Ma se Tricase vorrà aprire un confronto leale, senza arroganza e senza complessi, posso ritenere, che troverà interlocutori pronti. Perché il Capo di Leuca non è una somma di paesi in competizione, ma una comunità che ha bisogno di riconoscersi sempre più come tale. E Tricase, se lo vorrà, potrà essere non solo il centro più grande, ma il cuore che tiene insieme tutto il resto nella cooperazione e nella solidarietà reciproca.
di Alessandro DISTANTE
Nel primo numero di quest’anno abbiamo lanciato la sfida per la prossima campagna elettorale per il rinnovo degli Organi comunali.
Prendendo spunto da un contributo dell’on.le Antonio Lia, protagonista alcuni decenni fa della proposta di Tricase capoluogo di Provincia, abbiamo invitato i potenziali candidati e le forze politiche ma anche i singoli cittadini a prendere posizione sul tema “Tricase e il Capo di Leuca”.
Una questione fondamentale per comprendere quali siano le idee e le proposte concrete al riguardo e, soprattutto, per capire quale ruolo possa svolgere, nei programmi elettorali, la questione Tricase quale Ente di riferimento per un territorio più ampio quale è il Capo di Leuca.
Abbiamo ricevuto due contributi (alle pagine 4 e 5).
Intendiamo proseguire con questo metodo perché riteniamo che possa essere utile ai cittadini-elettori; vogliamo provocare un dibattito e far conoscere le capacità di elaborazione e le idee programmatiche di chi saremo chiamati a votare. I lettori/elettori sapranno giudicare la loro credibilità e fattibilità.
E’ del tutto ovvio che, per una questione di par condicio, una volta lanciato il tema di discussione, chi vorrà intervenire dovrà farlo inviando in Redazione il suo contributo scritto entro e non oltre 7 giorni dal sabato nel quale lanciamo l’argomento; dopo di chè, pubblicati i contributi pervenuti, lanceremo un nuovo tema di discussione, ripetendo l’invito.
Ovviamente chi aderirà, troverà spazio; chi invece non lo farà, sarà “muto” sull’argomento.
AVVISIAMO I NOSTRI LETTORI CHE, PER MOTIVI TECNICI QUESTA SETTIMANA IL VOLANTINO NON SARÀ IN DISTRIBUZIONE.
TORNEREMO REGOLARMENTE SABATO 31 GENNAIO