Dopo una mia recente esperienza di ricovero ospedaliero presso il nostro Ospedale “Panico”, che mi ha costretto immobile nel fondo di un letto per 15 giorni – nelle condizioni che consentono la mia definizione di cosiddetto “paziente fragile” – mi è capitato di osservare da vicino, forse come non mai prima, ciò che accade nel mondo della sanità ospedaliera.

Verso i reparti e le figure professionali che mi hanno assistito, non posso che esprimere sincera ammirazione per la competenza e la dedizione dimostrate, eppure quel periodo ha mutato profondamente il mio modo di guardare all’organizzazione sanitaria del territorio.
Nell’opinione pubblica, la discussione sulle strutture ospedaliere sembra oggi dominata da parametri di efficienza e da ragionamenti di tipo tecnico-contabile: si parla di ingressi, di infrastrutturazioni, di nuovi padiglioni, di bilanci da tenere sotto controllo. Tutto giusto, tutto necessario, ma non sufficiente. Perché, nel frattempo, rischiamo di smarrire la dimensione originaria e pubblica del nostro nosocomio, quel senso di comunità e umanità che ne ha guidato l’azione fin dalle sue fondamenta.
Raccogliamo dunque le idee. Non esiste “il paziente” come figura astratta, uniforme e standard: esistono persone, ognuna con esigenze assistenziali differenti. L’ospedale, soprattutto nella sua vocazione pubblica, non può non ignorare questa diversità. Che differenza farebbe, ad esempio, una stanza più spaziosa per chi ha una ridotta mobilità? Forse significherebbe evitare sedute di fisioterapia supplementari e, soprattutto, permettere a qualcuno di ritrovare più facilmente la propria autonomia e dignità una volta tornati a casa. Ed ancora: quanto pesa, nella qualità dell’assistenza, la mancanza di personale stabile e formato? Quante volte vediamo giovani tirocinanti, pieni di entusiasmo, ma destinati – finito il periodo di formazione – a lasciare vuoti che si riempiono solo a fatica? Il risultato è che anche i più motivati tra gli infermieri e gli operatori sociosanitari si ritrovano gravati da turni estenuanti, costretti a un ritmo che lascia poco spazio alla cura vera, quella fatta di attenzione e di ascolto. Conseguenza, anche questo, delle poche risorse finanziarie riservate alla sanità e del discriminatorio trattamento per le strutture private convenzionate.
Infine, vi è la questione, tutt’altro che secondaria, della cosiddetta “presa in carico” del paziente fragile. Davvero pensiamo che basti un approccio tecnico, un protocollo, un foglio da firmare? La fragilità, quando si manifesta, richiede un sapere e una sensibilità che vanno oltre le competenze standard: serve empatia, serve prossimità, serve una visione integrata che unisca la medicina al sentimento del prendersi cura. Ma come si può chiedere tutto questo a chi è costretto ad operare quotidianamente in condizioni di sottorganico cronico? Forse, a questo punto, sarebbe il caso di smettere di affidarsi soltanto alle strategie e di tornare a parlare di persone, non di numeri. Forse bisognerebbe davvero “mettere mano al portafoglio”, come si dice, per riequilibrare le forze in campo e garantire continuità, dignità e serenità a chi lavora e a chi si affida. Perché un ospedale, anche quando funziona bene, non vive di soli protocolli: vive dell’umanità che lo abita, e questa non ammette tagli di bilancio.
Lettera firmata
di Alessandro DISTANTE
La campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale e la elezione del nuovo Presidente ha visto pressocché tutti i candidati impegnati sul tema della Sanità. Lo testimoniano i vari video nei quali i candidati fanno il giro degli Ospedali per concludere ogni visita con le solite frasi: personale eccezionale, preparato e sempre pronto a lavori ed interventi al di sopra delle loro possibilità; ma mezzi insufficienti e pochi soldi.
Ora, in campagna elettorale tutti a promettere grandi interventi e risolutive ricette.
“Nei primi sei mesi dimezzeremo drasticamente le liste d’attesa, potenziando i pronto soccorso”, dichiara Luigi Lobuono, candidato per il Centro Destra.
“Investimenti nelle strutture, nuove assunzioni e digitalizzazione dei servizi. Creazione di centri di assistenza di prossimità” gli risponde Antonio Decaro, candidato governatore per il Centro Sinistra.
Intanto secondo i dati del 13^ studio sulle performance regionali, curato dal CREA (Centro per la ricerca economica applicata alla sanità) dell’Università di Tor Vergata di Roma, i pugliesi esprimono un grado di soddisfazione per la Sanità pari al 5,8, inferiore a quello medio nazionale che è del 6,8. Come la Puglia anche la Basilicata, regioni che occupano gli ultimi posti di questa speciale classifica della insoddisfazione.
Tra gli indici di insoddisfazione più forti in Puglia c’è quello relativo all’assistenza alle persone non autosufficienti e legati ai ricoveri nelle residenze sanitarie.
La Puglia, inoltre, con il 27%, è tra le cinque regioni segnate in rosso sulla mappa nazionale per i livelli di performance, inferiore al 33% del massimo raggiungibile.
E il bilancio economico della sanità pugliese? Qui le cifre ballano; secondo alcuni, sarebbero ben 130 i milioni di deficiti del 2024, disavanzo coperto in parte con l’extragettito Irpef (48 milioni) e per 83 milioni con fondi del bilancio ordinario. Secondo il Presidente uscente Michele Emiliano, invece, i conti sono ben diversi: il risultato negativo sarebbe soltanto di 88 milioni di euro, non mancando di sottolineare che “Il bilancio avrebbe registrato un risultato ancora migliore, se la Regione Puglia non avesse dovuto contabilizzare conguagli di mobilità sanitaria riferiti ad anni precedenti, in particolare al periodo pandemico”.
Insomma i conti della sanità pugliese -secondo Emiliano- sarebbero in equilibrio e le prestazioni sanitarie tra le migliori d’Italia. Affermazioni rilasciate dal Presidente dopo la riunione svoltasi presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze in seno al tavolo di verifica dei Livelli Essenziali di Assistenza e sui dati del Bilancio consolidato 2024.
Secondo i più disfattisti, per il 2025, le previsioni sarebbero addirittura di un disavanzo sanitario che potrebbe toccare i 360 milioni perché ai 130 milioni di deficit strutturale si sommerebbero 230 milioni di maggiori costi previsti.
Tutti concordano che voci rilevanti del deficit, qualunque esso sia, sono la spesa farmaceutica e la mobilità passiva e cioè di quelli che sono costretti ad andare fuori Regione per curarsi (con obbligo di rimborso a carico della regione Puglia).
Intanto sono partiti i concorsi per 1.000 infermieri (79 per l’ASL Lecce) e per 1.000 operatori socio sanitari (188 ASL Lecce)
La Sanità -è risaputo- assorbe la maggior parte del bilancio regionale e, stando a quanto rilevato in ricerche tra i pugliesi, gli elettori mettono al primo posto delle questioni che i nuovi eletti dovranno affrontare proprio la sanità.
Una volta eletti, non basteranno le promesse e le visite ai Reparti; dovranno seguire i fatti, tanto più necessari nei confronti di una popolazione che continua ad invecchiare e che quindi, sempre di più, ha necessità di una sanità che funzioni. Vedremo ed intanto andiamo a votare!
La Giunta Comunale ha approvato il progetto di riqualificazione del marciapiede di Piazza Cappuccini per un totale di lavori di € 54.000.

L’intervento interessa il marciapiede situato a sinistra della Piazza con ingresso da via Diaz, dove sono presenti 27 esemplari di Palma ed oltre 23 buche di cui 3 vuote senza alcuna pianta e 20 con la presenza di piante di Leccio.
E’ accaduto che alcuni esemplari di Palma hanno danneggiato, con le loro radici, il marciapiede ed alcuni locali interrati delle attività che si affacciano sul detto marciapiede, come è avvenuto in passato, tant’è che si è dovuto procedere al taglio alla base di alcuni esemplari.
C’è poi che alcuni esemplari di Leccio sono in fase di avvizzimento. Da qui la decisione dell’Amministrazione Comunale di procedere alla riqualificazione di questa parte di Piazza Cappuccini; allo scopo, la Giunta ha incaricato il Responsabile del Settore Ambiente di predisporre un progetto che preveda il taglio alla base di tutte le piante di Palme e degli alberi di Leccio in sofferenza e la risistemazione dell’intero marciapiede.
Dopo il flagello xylella che ha inciso pesantemente sulla produzione olivicola e che ha deturpato l’immagine della campagna salentina, un nuovo spauracchio si è presentato per gli agricoltori. Cresce l’emergenza idrica e le direttive di Acquedotto Pugliese e della Regione Puglia sono di dare precedenza al fabbisogno di acqua potabile piuttosto alle esigenze dei campi e delle industrie.
Secondo Coldiretti, il rischio è che intere filiere alimentari locali vadano in sofferenza nei prossimi mesi, con ricadute economiche gravi su aziende e occupazione. Secondo gli ultimi dati l’invaso di Occhito contiene appena 42 milioni di metri cubi d’acqua, un livello prossimo al così detto “volume morto” fissato a 40 milioni di metri cubi. Il rischio di esaurimento totale è reale.
Alla base –secondo l’Acquedotto Pugliese- c’è la grave crisi climatica con precipitazioni scarse, temperature oltre la media e, di conseguenza, poca acqua a disposizione.
Le sorgenti offrono oggi il 28% in meno di acqua rispetto alla media decennale, mentre gli invasi registrano un calo del 61%. A incidere ulteriormente sono i prelievi condivisi con Campania e Basilicata per usi agricoli e industriali, oltre a quelli potabili.
Le misure adottate, come le innovazioni del sistema e la riduzione della pressione, non hanno sortito gli effetti sperati e le previsioni rimangono critiche, al punto che si pensa che l’acqua basterà solo fino a gennaio 2026.
Intanto la Giunta Regionale ha dichiarato lo stato di crisi regionale per rischio da deficit idrico; ha quindi approvato il Piano di emergenza che ha ad oggetto il comparto potabile. Si tratta di un Piano predisposto da Acquedotto Pugliese.
Il Piano prevede una serie di interventi immediati e di medio-lungo periodo. Tra le misure più urgenti: la regolazione delle pressioni di rete, la razionalizzazione delle erogazioni e la priorità assoluta dell’acqua potabile rispetto all’uso agricolo e industriale.
Quindi si cerca, almeno, di garantire l’acqua potabile e di ridurre drasticamente l’uso dell’acqua in agricoltura.
Sono previsti anche interventi strutturali per migliorare la resilienza del corpo idrico, come il potenziamento delle infrastrutture di adduzione e distribuzione, la riduzione delle perdite di rete e la promozione del riuso delle acque reflue affinate. Tutte le azioni saranno realizzate da AQP, cui è stato conferito mandato diretto per l’attuazione degli interventi.

Il giovane tenore Giorgio Errico, di Tricase, è tra i vincitori del 17° Concorso Internazionale “Tito Schipa”, svoltosi dal 27 al 29 ottobre al Teatro Apollo di Lecce.

Errico si è aggiudicato una borsa di studio e il ruolo di Matteo Borsa nell’opera Rigoletto di Giuseppe Verdi, produzione che andrà in scena al Teatro Politeama Greco di Lecce nei giorni 5, 6 e 7 dicembre 2025, nell’ambito della 50ª Stagione Lirica della Provincia di Lecce. Il concorso, promosso dalla Provincia di Lecce in collaborazione con l’Associazione Amici della Lirica “Tito Schipa”, ha richiamato giovani cantanti da tutta Italia e dall’estero.
A giudicare i concorrenti, una prestigiosa commissione composta da artisti e direttori di teatri internazionali. Giorgio Errico, 27 anni, ha conseguito la laurea triennale in canto lirico al Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma e la laurea magistrale al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce. “Cantare nella mia terra è un’emozione profonda – racconta Errico – e condividere il palcoscenico del Politeama con un grande titolo verdiano è per me un sogno che si realizza. Questo riconoscimento mi spinge a continuare con passione e dedizione il mio percorso artistico.”
Un traguardo che conferma la crescita di una voce giovane e promettente, capace di portare in alto il nome del Salento nei teatri lirici.