TRICASE IN AEROPORTO
Dal 20 marzo e per tre mesi Tricase sarà nell’aeroporto di Brindisi. Questa la scelta pubblicitaria fatta dalla Giunta Comunale che ha accolto la proposta della Casa editrice Congedo di Galatina di installare all’interno dell’aeroporto salentino alcune immagini, in numero di dieci, tratte dal volume Tricase Vibes.
Costo dell’operazione € 10.000,00 più IVA.
Così si legge nella delibera: “L’allestimento presso l’aeroporto consentirebbe di intercettare un pubblico ampio e diversificato creando una vetrina turistica di forte impatto visivo, idonea a promuovere l’immagine coordinata del Comune quale meta turistica di qualità”.
L’obiettivo -dichiarato dalla Giunta- è quello di incrementare la permanenza media dei visitatori e destagionalizzare i flussi turistici.
Le immagini più suggestive di Tricase verranno installate all’interno della galleria centrale dell’aeroporto.
NAUTICA SOCIALE E VELA AL PORTO
Approvato il Bando pubblico per la concessione di fabbricati a area demaniale all’interno del porto di Tricase porto. Oggetto della futura concessione è lo sviluppo della nautica sociale e per la divulgazione della vela.
Nel Regolamento per l’uso e l’esercizio del Porto si legge: “Banchina Est: il tratto centrale, di circa metri 20, è destinato alla nautica sociale e di divulgazione della pratica della vela” (art. 2);
“Banchina Ovest del porto vecchio, fino allo spigolo Sud di Villa Maria …Inoltre, all’interno della predetta area sarà prevista un’area di piccole dimensioni destinata a collocare delle rastrelliere, al fine di posizionare dei Laser funzionali per lo svolgimento dei corsi di vela e destinati alla Nautica sociale, da affidare mediante concessione demaniale” (art. 9).
ASILO NIDO A DEPRESSA
A seguito di istanza della Cooperativa Marea con sede in Tricase ha proposto al Comune di prendere in locazione la struttura comunale sita in Depressa alla via Vittorio Emanuele Orlando, più conosciuta come Scuola Matera Risa Bramato. Si tratta di un edificio da anni chiuso e prima sede della scuola materna.
La Cooperativa ha proposto di assumersi tutti i costi per un intervento di ristrutturazione finalizzato a realizzare un asilo nido.
La Giunta ha quindi dato incarico agli Uffici di svolgere un’indagine di mercato per verificare se altri operatori del settore siano interessati all’affidamento della struttura per la durata minima di sei anni.
La Giunta ha fatto le seguenti considerazioni: “L’apertura di un asilo nido sicuramente apporterebbe significativi vantaggi ai residenti tanto del Comune di Tricase quanto dei Comuni limitrofi, infatti la richiesta di un numero maggiore di posti disponibili è un’esigenza reale e diffusa tra la popolazione, poichè nella maggior parte delle famiglie entrambi i genitori lavorano e non tutti posson con tare su una rete di supporto o permettersi un <<aiuto>> retribuito”.
di Alessandro DISTANTE
Rischia di apparire una esercitazione inutile lo scrivere, l’andare in stampa, il veicolare notizie e temi di discussione in un momento della storia dove al confronto si è sostituito lo scontro, alla ricerca la prepotenza, all’umano il disumano.
Lo sforzo, allora, deve essere quello di cogliere quello che pure accade intorno a noi; frammenti di fatti apparentemente insignificanti, eppure gli unici che aiutano a dare un senso a questi giorni e a questi anni di esagerata follia.
Accade così che una Associazione, il FAI, si impegna a svelare le bellezze che ci stanno attorno, organizzando visite guidate da ragazzi in luoghi e palazzi che ci stanno accanto ma dei quali poco sappiamo e poco conosciamo.
Accade che si presenti una raccolta di spunti e riflessioni su argomenti, i più vari, in una interlocuzione curiosa tra lettore ed autore e ancor più accade che a tessere i fili di questi racconti sia una persona la cui testimonianza ci riporta ai valori veri della vita.
Accade di ricordare in questi giorni la nascita di don Tonino Bello, profeta della pace e dell’impegno per una società più giusta. Un profeta che già predicava i due popoli e due Stati e che, di fronte alle guerre, ad ogni guerra, non si stancava di scandalizzarsi e di scandalizzare con i suoi gesti forti contro la follia dei nuovi Caino.
Accade di attendere, con curiosità e con affetto, di vedere l’ultimo film di Winspeare, il racconto, certamente poetico, di una madre che vive, in un piccolo paese, storie di contaminazioni di popoli, di culture e di classi sociali.
Accade di vedere operai impegnati a montare le luminarie a Tutino, in attesa della prima festa dell’anno, la Madonna delle Grazie, un evento che coinvolge per mesi o addirittura per l’intero anno tante e tante persone fortemente motivate dal culto per la Madonna e dall’amore per le sane tradizioni.
Sono questi accadimenti che danno un senso a questi nostri giorni che sembrano arrendersi impotenti di fronte all’avanzare della violenza, all’affermarsi di processi di disumanizzazione con algoritmi che si sostituiscono all’intelligenza umana e con mistificazioni che allontanano da esperienze autentiche.
Forse il segreto è partire proprio da questi frammenti di verità utili a costruire un puzzle dove il bello e il buono tornino ad essere i protagonisti.
LE RAGIONI DEL “ NO”
del dott. Carlo ERRICO - magistrato
Siamo chiamati al voto perchè la legge che modifica diversi articoli della Costituzione (dal 104 al 110) è stata presentata dal Governo e non ha avuto il voto della maggioranza qualificata: dunque, come cittadini siamo chiamati a confermare o meno la riforma.
La nostra Costituzione si ispira al principio della separazione dei poteri quale baluardo di democrazia, principio elaborato dalle menti “illuminate” (Montesquieu, "Lo Spirito delle Leggi" pubblicato nel 1748) alla fine di un periodo storico in cui il sovrano assommava in sé tutti e tre i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Tale somma di realizzava attraverso un sistema di controllo delle persone chiamate ad esercitare detti poteri, sia quanto a scelta delle stesse, sia quanto a possibilità di rimozione in caso di non allineamento con il sovrano o con il dittatore.
L’odierna riforma va ad incidere, ove approvata, su tale equilibrio perché crea le premesse del prevalere del potere esecutivo (governo) sul potere giudiziario.
Essa prevede la separazione tra pubblici ministeri e giudici, una modifica profonda del Consiglio Superiore della Magistratura, l’istituzione di un’Alta Corte per giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati. Secondo la prospettazione dei sostenitori del NO al referendum, il complesso di questa riforma comporta, quantomeno, un indebolimento del fondamentale requisito di autonomia e indipendenza che connota la magistratura secondo l’originario assetto costituzionale, frutto del patto polito/sociale del 1948.
Non è una riforma della Giustizia come servizio al cittadino. La Giustizia, nel suo funzionamento concreto, proseguirà con i pregi ed i difetti che la caratterizzano; non vengono offerti strumenti per avviare a soluzione i tantissimi problemi.
La riforma, invece, tocca i magistrati ed il loro rapporto con la politica ed il governo di turno e questo, sì, inciderà sui diritti di ogni cittadino che ha a che fare con l’amministrazione della giustizia in qualsiasi veste, posto che la Giustizia, per definizione e per sua funzione, interviene laddove i conflitti non si risolvono spontaneamente.
Oggi la vita lavorativa di un magistrato, eserciti esso la funzione giudicante (giudice) o requirente (pubblico ministero), è presidiata da garanzie costituzionali di indipendenza e tutela, quali la precostituzione per legge del giudice chiamato a decidere la singola questione e l’inamovibilità. I padri costituenti hanno voluto evitare questo: se, ad esempio, un PM nello svolgere le indagini o un giudice nel decidere deve trattare (in virtù di un meccanismo oggettivo e precostituito, automatico) un processo particolarmente delicato per il territorio, perché tocca determinati interessi, perché attacca determinati poteri forti, non può rimanere soggetto ad un qualche organo superiore che ne può disporre il trasferimento, magari travestendo il tutto da giudizio disciplinare e facendo in modo che l’indagine o il processo rimangano assegnati ad un giudice più allineato con la maggioranza politica del momento.
Ebbene, la riforma propone che a giudicare l’operato del PM o del Giudice sia un organismo terzo, l’Alta Corte di Giustizia, la cui composizione garantisce all’interno di ciascuna commissione (l’organismo specifico chiamato a giudicare il singolo caso) la presenza di componenti laici di nomina parlamentare (cioè su designazione della maggioranza politica del momento) e togati (scelti tra magistrati della Corte di Cassazione), senza alcuna garanzia costituzionale (in quanto è prevista solo genericamente la riserva di legge) che il numero dei laici previsti all’interno di ogni singolo collegio decidente non sia superiore a quello dei togati. Altro aspetto di rilievo.
La vita, diciamo così, lavorativa di ogni magistrato è regolata secondo la Costituzione del 1948 da un organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura: è esso che, in piena autonomia, ma nel rispetto delle norme dettate dal potere legislativo con apposite leggi (cosiddette leggi sull’Ordinamento Giudiziario), regola reclutamento, immissione nell’incarico, attribuzione di funzioni, valutazioni di professionalità, conferimento di incarichi nella progressione della vita lavorativa, sanzioni disciplinari e quant’altro.
Proprio per la delicatezza di tali competenze in ottica di indipendenza e autonomia della magistratura, i padri costituenti hanno delineato un modello di formazione del CSM che fino ad oggi ha garantito, da un lato, la rappresentatività dei magistrati (che eleggono i 2/3 dei componenti) e, dall’altro, l’equilibrio dei poteri (rimanendo di competenza del parlamento la nomina del residuo terzo dei componenti non togati mediante voto a maggioranza qualificata dei 2/3, quindi con il necessario apporto anche di una parte dell’opposizione; la presidenza è affidata al Capo dello Stato).
Cosa cambia la riforma? Sotto il dichiarato obiettivo di spezzare l’interferenza delle “correnti” (libere associazioni che rappresentano le diverse ispirazioni ideologiche dei magistrati, senza alcun collegamento legale o formale con i partiti politici), che a detta dei riformisti avrebbero sino ad oggi condizionato le decisioni del CSM, i componenti togati verranno estratti a sorte tra tutti i magistrati. Ciò determinerà un evidente squilibrio: 2/3 di componenti togati “sorteggiati” tra i magistrati stessi; 1/3 di componenti non togati che verranno pur sempre sorteggiati, sì, ma tra un elenco di nomi (la norma riformata non ne indica il numero) scelti dal parlamento senza più il vincolo della maggioranza qualificata e, dunque, scelta chiaramente orientabile dal governo.
Infine, il quadro dello smembramento è ultimato con la separazione delle “carriere” (termine sbagliato, perché la differenza è nelle “funzioni”) tra PM e Giudici, con la previsione di due distinti CSM, entrambi eletti con le regole del nuovo modello.In conclusione: due CSM, evidentemente maggiormente esposti al rischio concreto di controllo della maggioranza politica del momento, insieme all’Alta Corte di Giustizia che a sua volta decide secondo composizioni che non garantiscono affatto dalla concreta interferenza sempre della maggioranza politica del momento, costituiscono il vero attentato al fondamentale principio dell’equilibrio tra poteri dello Stato. Quindi è necessario votare NO.
Ciò che viene propugnato come nuovo modello per porre rimedio a mal funzionamenti e interferenze improprie verificatisi con il sistema delineato dalla Costituzione del 1948 (invero, tutti emendabili con semplice legge ordinaria), nasconde in maniera neanche tanto velata l’intento di ridisegnare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, in particolare tra il potere esecutivo e quello giudiziario, con chiara prevalenza del primo sul secondo. La logica è quella dello Stato “forte” laddove per Stato si intende l’esecutivo, a discapito dell’equilibrio tra poteri che rimane, esso sì, baluardo di democrazia.
LE RAGIONI DEL “ SI”
dell’avv. Roberto RELLA – Camera penale
In questi mesi in vista del referendum costituzionale sulla riforma della Magistratura si è sentito un po’ di tutto e credo che per il cittadino non addetto ai lavori sia molto difficile stabilire se nella solitudine della cabina elettorale sia giusto crociare il SI o il NO. Premetto che questo mio breve contributo è destinato proprio al cittadino scevro da condizionamenti politici, che non vuole sprecare il proprio preziosissimo voto ed è legittimamente curioso di sentire le ragioni dell’una e dell’altra campana. Partiamo dal primo aspetto affrontato dalla Riforma: la separazione delle carriere di Pubblico Ministero e Giudice.
Queste due figure sono ben distinte per ruoli, percorsi formativi e incardinamento nella struttura dello Stato in quasi tutte le democrazie occidentali, tranne che in Italia e in un altro paio di Paesi. Peraltro, fu il Fascismo con la legge sull’ordinamento giudiziario del 1942 a porre queste due figure sotto un unico ombrello, poiché nel periodo liberale nessuno mai avrebbe – evidentemente –anche solo vagheggiato tale impostazione, che fondeva in un corpo unico chi accusa e chi giudica, poichè essi dovrebbero essere come l’acqua e l’olio.
La separazione delle carriere di Pubblici Ministeri e Giudici è bene che venga valutata dal punto di vista del protagonista del processo: l’imputato.Sia chiaro, la condizione di imputato è si poco piacevole, ma può riguardare ognuno di noi; pertanto, nessuno può dire “questa riforma non mi riguarda!”.
L’imputato (presunto innocente, come prevede la Costituzione), dicevamo, ha un evidente interesse affinchè il giudice che lo giudicherà (e nel processo penale se ne incontrano diversi: Giudice delle indagini preliminari, Giudice dell’udienza preliminare, giudice di primo grado, di appello, di Cassazione) sia terzo rispetto a chi lo accusa (il PM). Per fare ciò occorre che PM e giudice si percepiscano come due sostanze diverse, ma questo non potrà accadere sino a che essi troveranno un punto di unione e reciproco sostegno nel CSM (unico per tutti). Dal CSM, infatti, dipende oggi l’intera vita professionale e disciplinare del magistrato.
Ma a sua volta, il CSM è retto sul sistema correntizio che ne innerva e condiziona l’azione e che (dimentico delle originarie ispirazioni ideologiche) opera in forza di mere logiche di fazione, in cui al PM serve il voto del collega giudice e viceversa. Ecco la necessità di creare due CSM distinti selezionati con il sorteggio, unico strumento in grado di interrompere le dinamiche delle correnti che guidano oggi la selezione dei candidati. Proprio la duplicazione del CSM (sia pur nella predetta duplicazione) manterrà integre le prerogative della Magistratura, la cui indipendenza è patrimonio di tutti, fondamentale per la tenuta dello Stato di diritto.
Il CSM è un organo di alta amministrazione e non un consiglio comunale. Non necessita di orientamento politico nella selezione dei suoi componenti, che devono solo preservare la sacra autonomia della Magistratura dagli altri poteri e premiare il merito nell’attribuzione delle delicatissime funzioni dirigenziali all’interno dei Tribunali e delle Corti.Sia chiaro, nessuno pensa, neanche lontanamente, di limitare la libertà associativa dei magistrati, si vogliono solo evitare le perversioni del sistema correntizio in relazione alle quali diverse voci interne alla stessa Magistratura hanno sollevato già da tempo fondate critiche (per tutti ci si riferisce, solo a titolo di esempio, ai contributi di illustri magistrati come Bruno Tinti e Aniello Nappi).
Si tratta, evidentemente, di un cambiamento culturale cui si spera che il Paese sia pronto. Chi vota SI vuole un cambiamento verso un processo penale più giusto e una Magistratura libera dai condizionamenti correntizi.
di Alessandro DISTANTE
Le questioni complesse richiedono analisi complesse e la forza del dubbio è il vero motore per giungere ad una scelta, mai assoluta e definitiva, ma a quella ritenuta, al momento, quella giusta e più rispondente all’interesse pubblico.
La banalizzazione e l’estremizzazione ideologica del dibattito sul Referendum sono il frutto di una cultura che preferisce gli slogan e le tifoserie all’analisi “adulta”.
Tra i criteri distorti di analisi e di giudizio: la dietrologia. Una proposta non viene esaminata e giudicata per quello che essa contiene ma per quello che si ritiene nasconda (quello che c’è dietro) e per quello che, in futuro, potrebbe determinare. E’ certamente un criterio utile per non parcellizzare i fenomeni e le proposte se non le si legge in un’ottica di sistema. Ma è proprio la logica di sistema che, in un ordinamento come il nostro, ha nella Corte Costituzionale, una Istituzione chiamata a controllare se una determinata produzione legislativa sia rispettosa oppure no della Carta fondamentale per cui nessuna legge ordinaria, che darà attuazione concreta alla Riforma (ove passasse), potrà mai andare contro la Costituzione.
Altro criterio distorto è quello secondo il quale “la Carta Costituzionale non si tocca” oppure che è una Riforma che incide “su ben sette articoli”: sono segnali di una lettura “sacralizzata” di un testo importante ma pur sempre opera dell’uomo, tanto è vero che numerose sono state le riforme della Carta; basti pensare alla riforma del Titolo V oppure alla tutela dell’ambiente, entrata, a ragione, nel testo costituzionale oppure -è doveroso dirlo- all’art. 111 Costituzione che, per tutti i processi, ha previsto per merito di Vassalli (grande giurista e parigiano) le “condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”.
Venendo al contenuto della Riforma oggetto del Referendum, al di là delle modifiche che sono soltanto necessari coordinamenti, (da qui i sette articoli interessati), la riforma riguarda, per un verso, la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e magistrati giudicanti, ferma restando l’autonomia e indipendenza da ogni altro potere (art. 104) e, dall’altro, l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati (art. 105).
E’ su questo che il dibattito si doveva e si deve focalizzare, lasciando perdere questioni di appartenenza (pro e contro il Governo) che rischiano di far uscire fuori tema; la questione è il rapporto tra cittadini (diritto di difesa) e Autorità decidente e, molto meno, la questione sui procedimenti disciplinari dei magistrati.
Ed allora guardiamo le questioni in maniera laica e non ideologica e forse arriveremo alla scelta giusta, senza ovviamente mai ritenere di possedere la verità assoluta e definitiva.
di Alessandro DISTANTE
La disaggregazione è un fenomeno che interessa il territorio (vedi crolli delle nostre coste a pag. 2), ma interessa anche il tessuto nazionale sotto il profilo sociale, lavorativo ed addirittura sanitario (vedi le Pre-intese sull’Autonomia differenziata a pag. 5).
Un’Italia che sembra crollare e dissolversi in un clima di crescente disgregazione e contrapposizione. Un fenomeno non solo italiano: se si allarga lo sguardo, il pensiero corre alla terribile guerra in Iran e in Medio Oriente; e poi in Cisgiordania e a Gaza; e poi ancora in Ucraina e l’elenco potrebbe continuare e sarebbe lungo. Tutte contrapposizioni che si accompagnano a processi di delegittimazione e disgregazione dei luoghi del confronto e della soluzione pacifica dei conflitti, quali l’ONU, sostituito da un Club a pagamento; più in generale, è in atto una crisi profonda del diritto internazionale sostituito da norme morali autolegittimantesi.
Vengono progressivamente meno e si vanno svuotando i luoghi del dialogo e della sintesi: i corpi intermedi (partiti e sindacati) sembrano affetti da una malattia che appare irreversibile.
Accade anche a Tricase dove, accanto a proposte che vedono la paternità ed il sigillo di partiti e movimenti da tempo operanti sul territorio, spuntano altre proposte che fanno riferimento a movimenti ed associazioni estemporanee, che meglio e più onestamente sarebbero dei comitati elettorali, conseguenza tuttavia della incapacità di rappresentanza dei partiti.
Anche il Referendum sulla Giustizia sembra anteporre contrapposizioni alla discussione sul merito, al punto da far dire al prof. Sabino Cassese che “La lite tra tifoserie svilisce il voto”.
Alla giusta terzietà di chi giudica si contrappone un’altra questione, altrettanto importante, quale è quella di un Pubblico Ministero che agisce per fare giustizia e cercare la verità, evitando lo schema contrappositivo tra Accusa e Difesa.
Eppure, troppe sono state le vicende di cronaca giudiziaria che hanno visto una Procura attestata su posizioni colpevoliste (vedasi, da ultimo quello che sta emergendo sulla Procura di Trani). Se a questo si aggiungono le conclamate vicende di lotte interne correntizie con pregiudizio per chi, pur essendo capace, non è schierato, la difficoltà di giungere ad un voto referendario frutto di una riflessione sui contenuti diventa ancora maggiore.
Sull’altro fronte non appaiono di minor rilievo le perplessità su una Riforma che favorirebbe un processo di subordinazione del potere giudiziario a quello esecutivo. Ad avvalorare tali timori, anche al di là del testo della Riforma, sono le dichiarazioni “avventate” da parte di autorevoli rappresentanti del Governo, a partire dalla Presidente Meloni che, troppo spesso, parla di una Magistratura che ostacola gli obiettivi dell’Esecutivo, dimenticando la fondamentale separazione non delle carriere ma dei poteri.
Temi delicati e che meriterebbero un confronto aperto e sereno (cercheremo di farlo sul prossimo numero).
Il punto è che mancano i luoghi per un confronto sui contenuti e senza pregiudiziali contrapposizioni. Manca, ancor di più, una cultura che, nella tradizione del “Medioccidente”, favorisca i momenti di partecipazione vera e non da stadio e che veda riprendere quota la fiducia reciproca e lo spazio del confronto o, detto in altre parole, che veda riemergere la democrazia.